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Ritratto di un miliardario eclettico

Tutto sul ciclone Donald Trump che fa sparate e guadagna voti

Tutto sul ciclone Donald Trump che fa sparate e guadagna voti
Persone 07 Settembre 2015 ore 17:11

Continua a sventolare, agitato dal vento favorevole dei sondaggi che lo sospingono sempre più avanti, il ciuffo paglierino del candidato alle primarie repubblicane Donald Trump, eclettico e poliedrico multimiliardario originario del Queens newyorkese. Tra una battutaccia sulle donne e un’invettiva contro i migranti messicani, il magnate del mattone sta guadagnando sempre più consensi tra gli elettori americani preoccupando, oltre agli avversari democratici, anche il proprio partito, che teme l’affermazione di un leader istrionico e disordinato un po’ come si teme l’arrivo in classe di un nuovo bullo. Ma chi è, e soprattutto cosa vuole, il ciclone che sta sconvolgendo la politica americana con dichiarazioni contraddittorie e proposte anticonvenzionali?

Il magnate del mattone. L’edilizia è il settore di provenienza di Donald Trump. Il padre, Fred, ha costruito qualcosa come 27mila appartamenti, una città insomma, tra Coney Island, Brooklyn e il Queens. Ai figli ha lasciato una fortuna stimata in centinaia di milioni di dollari. Di lui Donald ha detto: «Mio padre era molto in gamba ma non si è mai spinto oltre Queens e Brooklyn, io ho colonizzato Manhattan. Forse sono stato più ambizioso di lui, forse erano tempi diversi. Per papà il massimo era abitare nei sobborghi, stare con mia madre, cambiare la macchina ogni due anni. Io ho avuto bisogno di Trump Tower, dell’hotel Plaza, dello yacht, del jet». Manhattan, il quartiere d’oro di New York, è stato quindi il trampolino di lancio di Donald. Appartamenti, hotel, casino... La fortuna di Trump figlio, separatosi dal padre, è cresciuta rapidamente. Una pesante caduta all’inizio degli anni Novanta ha messo in serio pericolo la sua azienda, che è riuscita a risollevarsi facendo investimenti in tutto il mondo. Ora ha proprietà dovunque, perfino nella palma centrale delle tre isole artificiali costruite a Dubai, dove possiede un hotel di lusso. La ciliegina sulla torta del suo impero resta però la Trump Tower, 52 piani sulla Fifth Avenue, una delle costruzioni più in vista della Grande Mela.

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La fama televisiva. Ma se la fortuna economica proviene dal mondo edilizio, la fama del personaggio pubblico si è costruita in ben altro ambiente. Il grande capitale accumulato ha dato a Donald Trump la possibilità di far emergere sul piccolo schermo i suoi tratti immediati ed esuberanti, portandolo ad essere uno dei personaggi più in vista della nazione, come conferma la posizione nella graduatoria della rivista Forbes tra le personalità più influenti. Nel 2004 ha prodotto e condotto lo show televisivo The apprentice (la cui versione italiana, forse meno fortunata, è stata condotta da Flavio Briatore), in cui i concorrenti si contendevano una posizione lavorativa nello staff direzionale delle sue aziende; l’enorme successo dello spettacolo l’ha portato definitivamente alla ribalta tra il popolo. La partecipazione a un “feudo” nello show americano più popolano e brutale, il wrestling WWE (World Wrestling Entertainment), ha permesso di far conoscere il suo nome anche a chi di economia e finanza non ha mai sentito parlare. Sempre lui era uno dei birthers, quelli che sostenevano a gran voce che Obama non potesse salire alla Presidenza degli USA perché nato in Kenya. Ed eccolo dunque ai giorni nostri, a gridare proclami contro i messicani, ad accusare i neri di pigrizia, ad apostrofare le donne con termini che anche in una fabbrica di periferia suonerebbero un po’ scurrili.

Un programma indefinito. Ma di che cosa parla? Qual è il suo progetto politico? Come ha intenzione di calarsi nel contesto internazionale? Ecco alcune domande a cui risulta molto più difficoltoso trovare risposte. Donald Trump non presenta un progetto politico chiaro, non parla di etica, non ha grandi pianificazioni per la politica estera, se non obbligare lo stato messicano a costruire un muro di tre metri lungo il confine per impedire l’immigrazione. Perché come lui stesso ha dichiarato, il Messico manda in America solo narcotrafficanti e spacciatori. Le interviste, le comparsate televisive colpiscono la pancia degli spettatori, non il cervello. Se in alcuni casi il rigetto dell’intellettualismo e del confronto di idee era stata una mossa di marketing elettorale per semplificare la comunicazione, ora sembra più che altro una necessità dovuta al carattere del candidato. I temi forti della sua campagna sono la misoginia, il rifiuto dell’immigrazione, l’attaccamento ai valori di un’America che sta perdendo la sua grandezza. Il nazionalismo più schietto, con qualche ammiccamento al liberismo economico che gli ha consentito di arricchirsi. I giornalisti d’oltreoceano già lo paragonano all’arcinemico russo Vladimir Putin, a noi italiani ricorda tanto un famoso imprenditore che ha costruito il suo impero partendo da Arcore. Di certo, però, le sue esagerazioni lo collocano al di là di qualsiasi termine di paragone possibile. Il 16 settembre ci sarà un’intervista con gli altri candidati, molti scommettono che le sue grida si esauriranno e presto comincerà a scendere nei sondaggi, ma per ora è davanti di 22 punti al principale rivale Jeb Bush. Nelle prossime settimane vedremo la reazione del popolo americano di fronte a questa ascesa, che se non si dovesse fermare riserverà sicuramente altre sorprese.

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