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Intervista a Leo Lo Bianco

«Ho vinto tutto, anche il cancro»

«Ho vinto tutto, anche il cancro»
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Leo Lo Bianco sorride alla telecamera. Lo sguardo è timido, ma il sorriso è convinto. È stata scelta come testimonial del progetto Acceleriamo insieme Bergamo, per donare al l’ospedale Papa Giovanni XXIII un aggiornamento dell’acceleratore lineare IORT usato nella cura del tumore al seno. Un’iniziativa della onlus Cancro Primo Aiuto in collaborazione con l’Associazione Oncologica Bergamasca e l’Associazione Cure Palliative. La giocatrice non è stata scelta a caso: nel 2010 vinse un tumore al seno grazie a questa tecnologia. Dopo qualche scatto, Leo torna a essere la fuoriclasse della Foppa. Ma soprattutto la neo 37enne - ha compiuto gli anni il 22 dicembre - riflessiva e che pesa ogni parola. Anche durante questa intervista.

Lo Bianco, ha da poco compiuto 37 anni. È tempo per un primo bilancio?
«Gioco a pallavolo da ventinove anni e posso dire che il bilancio è più che positivo. È stata una bella carriera. Ci ho messo sempre passione».

Il momento più difficile è stato il tumore?
«Sì, decisamente».

 

NORDMECCANICA PIACENZA - FOPPAPEDRETTI BERGAMO

 

Ha raccontato che, prima di essere operata, non sapeva se avrebbe potuto continuare a giocare. Come ha vissuto quell'incertezza?
«Non vedevo l'ora di essere operata. Il dottore era stato molto onesto, mi aveva spiegato i rischi. Ero davanti a un bivio, ma la strada che avrei intrapreso non dipendeva da me. Non so sinceramente che cosa ho pensato».

Aveva paura?
«Avevo talmente tante cose per la testa che mi son detta solo “speriamo bene”».

Riusciva a immaginare una vita senza pallavolo?
«Non l'ho voluta immaginare. Quando ho saputo del tumore, ho cercato di bruciare le tappe».

E due mesi dopo era già in campo. Poi, a fine anno, lasciò Bergamo e l'Italia per la Turchia. Quanto peso ha avuto la malattia in quella scelta?
«Poco, avevo già intenzione di andare all'estero. Ci tenevo. La malattia, semmai, ha reso più complicata la decisione. Avevo paura, ero sotto cure e dovevo fare continui controlli. All'inizio ero molto ansiosa. Poi mi sono fatta coraggio ed è andata molto bene».

È stata via quattro anni, non pochi.
«Quando guardo indietro, un po' mi stupisco. Ero là da sola. Sì, c'erano le compagne, ma gli affetti erano tutti qui. Ero da sola nei momenti belli, ma anche in quelli difficili. Forse per questo sono contenta, ho scoperto una forza che non pensavo di avere».

 

 

Ha deciso di tornare in Italia o a Bergamo?
«In Italia. Dopo quattro anni ero stanca, non sono più una ragazzina e sentivo l'esigenza di tornare. All'inizio Bergamo non era un'opzione. Poi, non appena mi hanno detto che c'era la possibilità di tornare a Bergamo, non sono più riuscita a pensare ad altro. Era troppo bello».

Ci descrive la sua Bergamo?
«Mi piace tantissimo. Si vive molto bene, c'è tutto. Amo passeggiare per il centro o in Città Alta. Qualche anno fa andavo sempre a prendere il sole. Mi fermavo al bar, bevevo un caffè, mi godevo la tranquillità. Non so perché, ma a Bergamo mi sento a casa. E la gente mi adora».

Come vive il rapporto con i suoi tifosi? Molte sue compagne sono attivissime sui social, lei invece...
«Io invece non esisto (ride, ndr). Del resto, fino a qualche anno fa i social non c’erano. Oggi i mezzi di comunicazione sono tanti, ma non riesco proprio a farmeli piacere. Ho un rapporto diretto con i tifosi e non amo il protagonismo a cui ti spingono i social. Capisco di essere fuori dal mondo, che i social possono essere utili, ma spesso li si usa in maniera sbagliata. Preferisco i rapporti occhi negli occhi».

 

ELEONORA LO BIANCO

 

Questo modo di essere riflette anche il suo ruolo in campo. Detta i tempi, sceglie uno schema. Il suo modo di giocare è anche il suo carattere?
«Sì, sono così da sempre. Sono sempre stata una persona riflessiva, un po' introversa. La pallavolo mi ha aiutato, perché se fosse stato per me... Io sognavo di fare la scrittrice, stavo ore e ore in camera a leggere e a scrivere. Non parlo molto e lo faccio solo quando sono sicura di quello che ho da dire».

Scrive ancora?
«Poco, però è una cosa che mi è rimasta».

Da aspirante scrittrice a fuoriclasse della pallavolo. Cosa farà da grande?
«Cioè tra poco? Me lo chiedete tutti. Il problema è che... non lo so. Questa è la mia vita. Non mi sono inventata niente, purtroppo, di alternativo. Per questo per tanti anni ho pensato che anche il futuro sarebbe stato legato alla pallavolo. Adesso invece sto pensando che forse potrei cambiare vita. Però è difficile. E intanto continuo a dirmi “gioco un altro anno”».

 

 

Le fa paura il futuro?
«Un pochino. La maggior parte di noi, per arrivare a questi livelli, smette di studiare, abbandona passioni. Ai giovani, infatti, dico di non mollare, di iscriversi all'università e portarla a termine. Perché se poi molli è difficile ricominciare».

Lei studiava?
«Sì, Lingue. Ma non potevo frequentare. Ho dovuto fare una scelta e ho preso il treno della pallavolo».

Non è andata malissimo...
«No, ma un po' di rammarico resta».

Rilegge mai ciò che che ha scritto in passato?
«Sì, ho tutto a casa».

E cosa pensa di quella ragazza?
«Che è cambiata molto, com'è normale che sia».

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