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Zizou, il genio dal tocco sublime

Zizou, il genio dal tocco sublime
Persone 08 Ottobre 2014 ore 12:20

Andate a farvi due passi per i vicoli, su a Belleville, Parigi, quando il tempo lo permette. Con la bella stagione i bambini escono in strada, e ogni volta va a finire che tirano fuori un pallone, tutti contro tutti, e c'è sempre il solito muretto a fare da porta. Non è difficile vederne più di qualcuno con addosso la maglietta di Zinedine Zidane. Le producono ancora, ed è probabile che non smettano mai di farlo. Anche se sono passati già diversi anni da quando ha lasciato il calcio, come per tutti quelli che non avremmo mai voluto vedere smettere, anche per Zizou abbiamo creato un culto eterno e sentimentale. E' rimasto lì, dentro ai nostri occhi, sul campo. Oggi che lo vediamo sulla panchina del Real Madrid Castilla, seconda divisione spagnola, con l'iniziale cucita sulla polo grigia e il cappellino calato sugli occhi, ci domandiamo se per lui sia semplice insegnare calcio ai ragazzi. Una volta, quando giocava, ha detto: «Non sarò mai un trascinatore di uomini, né in campo né fuori. Non sarò mai Platini».

Di Zidane ci è sempre convenuto credere al riserbo puritano invece che all'esibizione di tatuaggi e stravizi. La calvizie precoci, l'aria smunta, muta, il passo silenzioso, tutte cose che hanno contribuito a rendere Zizou l'emblema della normalità. Padre amorevole, marito devoto, atleta esemplare. Per descrivere Zidane tiravamo in ballo la gentillesse, che significa molto di più della gentilezza. Non è mai stato vero, o lo è stato solo in parte. Infatti, quando accendeva la luce, niente di altrettanto sublime ed elegante abbiamo potuto vedere in un giocatore. Quando la spegneva, orrore e nulla più. Disse: «Provengo da un quartiere duro, dove non si cerca mai la bagarre fine a se stessa ma, se vieni provocato, non puoi far finta di niente. Io detesto la violenza e l’ingiustizia e sopporto i colpi degli avversari. Fino a quando arrivo al punto in cui non ce la faccio più: allora mi ribello ed esplodo». A quindici anni ha lasciato la scuola. E' venuto su guardando il calcio, andando sullo skate e a judo. Come uno dei personaggi meglio riusciti di Jean Claude Izzo, anche Zidane, figlio di immigrati algerini, è cresciuto nei vicoli della Marsiglia dei tagliagole, degli scellerati, dei contrabbandieri di vita. O imparavi a cavartela o la vita ti passava sopra. Arrivato in Italia non ha convinto subito, ma dopo una partita contro l'Inter di lui Lippi ha detto: «Sa rendere le cose difficili una sciocchezza». Agnelli lo aveva visto per la prima volta agli Europei del '96. Qualche settimana prima Zidane se l'era cavata da un brutto incidente d'auto con due cicatrici e un colpo alla testa. Ma in nazionale non aveva fatto granché e infatti l'Avvocato, che quell'anno pagò per portarselo via dal Bordeaux, disse: «Zidane è il giocatore di cui mi hanno parlato o quello che ho visto agli Europei?».

E' lì, posto fra queste due anime dicotomiche, che Zidane è diventato Zidane. Inconcepibile al punto che un giorno hanno installato diciassette telecamere al Bernabeu e fatto di lui un lungometraggio, Un ritratto del XXI secolo. Con Best si erano fermati a otto. Il film non è (solo) un omaggio a Zidane, è uno studio sulla fenomenologia del gesto, sulle movenze, i muscoli, i tocchi. Una sceneggiatura imprevedibile, in costante creazione. Come Zidane. E poi è anche una sceneggiatura sull'imponderabile espressione che è il calcio. Nel 1998, a Parigi, segna due gol al Brasile e regala alla Francia il titolo mondiale. Aveva fatto su e giù tutta la partita. Era andato a cercarsi i palloni, pieno di volontà. Ma i gol li aveva fatti di testa. A un certo punto arriva questa palla tagliata. Zidane la sta aspettando nel cuore dell'area e, quando salta, la zuccata è tremenda come un colpo di frusta. Anni più tardi Zidane è ancora lì, nella stessa, identica posizione. Siamo a Berlino, questa volta. Italia-Francia, è il 2006. C'è un cross, e Zidane è nel cuore dell'area. Aspetta di conoscere il destino: celebrarsi un'ultima volta o rinnegarsi? Se ci fosse una logica, gli dei gli avrebbero concesso quell'ultimo, incredibile premio. Invece Buffon è sulla traiettoria, e la devia sopra la traversa. Dopo sappiamo tutti com'è andata. Zidane spense la luce, e mandò al diavolo tutto. Tutto, sì. Tranne se stesso.

 

Il video del gol al Brasile di testa nella finale di Francia '98.

 

 

Il video della parata di Buffon su Zizou nel Mondiale 2006 vinto dall'Italia.