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Cinque miniserie tv (gli sceneggiati di una volta) che meritano di essere viste

Il formato, concluso ma perfetto per l’approfondimento, si adatta bene alla narrazione di fatti storici e alla denuncia sociale

Cinque miniserie tv (gli sceneggiati di una volta) che meritano di essere viste
22 Aprile 2020 ore 08:30

C’erano una volta gli “sceneggiati”. E ancora ci sono, solo che hanno cambiato nome: la terminologia si è aggiornata. Del resto nessuno parla di più di telefilm. Ma veniamo al dunque: oggi quando parliamo di serie tv autoconclusive che si dipanano nel corso di una sola stagione, parliamo di miniserie. Che offrono il vantaggio di non metterci nelle mani degli sceneggiatori troppo a lungo: troppe serie di qualità, e di successo, sono state poi rovinate per la volontà di “allungare il brodo” a tutti i costi.

Caratterizzate da un numero contenuto di episodi che, solitamente, non superano l’ora di durata, le miniserie televisive si trovano a metà strada tra i film e i telefilm e sono il compromesso perfetto sia per chi è disposto a dedicarsi a tempo pieno a vicende narrativamente intricate e ricche di personaggi, che per gli amanti delle storie un po’ più lunghe di un film tradizionale ma che non la tirano troppo per le lunghe. Ecco un poker di proposte (più un classico) per orientarvi nel mare magnum di proposte – sì, anche per le miserie c’’è abbondanza – a disposizione.

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Unorthodox. Quattro puntate fresche di pubblicazione su Netflix. La protagonista è Esty, una ragazza di 18 anni appartenente alla comunità chassidica di Brooklyn che sposa Yakov ma che si sente intrappolata nella vita che la famiglia ha deciso per lei. E decide di scappare in Germania per ricominciare da zero. La serie è stata creata da Anna Winger e Alexa Karolinski e trae ispirazioni dall’autobiografia di Debora Feldmnan “Ex Ortodossa: il rifiuto scandaloso delle miei radici chassidiche”. La serie denuncia la condizione di vita in cui le donne vivono nella comunità newyorchese: non hanno accesso alla cultura, non possono leggere, i matrimoni sono decisi dalla famiglia e anche la sessualità è un tabù.

Chernobyl. 1:23:45. È l’ora esatta della notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 quando in un paesino dell’allora Unione Sovietica si verifica il peggior incidente nucleare della storia, alla centrale nucleare di Chernobyl, che sta facendo scontare le sue conseguenze agli abitanti e all’ambiente ancora oggi, e per altri chissà quanti anni in futuro. Al di là della ricostruzione più o meno pedissequa degli eventi, quello che rimane dopo aver visto la serie è l’inquietante meccanismo che ha iniziato, alimentato e fatto esplodere la tragedia. Un meccanismo predominato da giochi di potere, negligenza, menzogne, alimentate dal silenzio che crea una bolla di “cospirazione passiva”.

Dieci piccoli indiani. Tre episodi da 60 minuti ciascuno firmati Bbc. Ispirata all’omonimo romanzo di Agatha Christie, la miniserie inglese segue le vicende di dieci sconosciuti che nel 1939 vengono invitati su un’isola al largo delle coste di Devon. Qui i misteriosi signori Owen offrono loro una vacanza, ma non si presentano nella tenuta, lasciando al loro posto un grammofono. Che però accusa gli invitati di aver commesso un omicidio. Ottima riproposizione di uno dei migliori gialli che sia mai stato scritto, e che al cinema non ha mai davvero trovato giustizia.

The Night Of. Uscì nel 2016, è composta da otto episodi e ha per protagonisti Riz Ahmed e John Turturro. Ahmed interpreta un ragazzo di origini pakistane che incontra una ragazza, va a casa sua, ci fa sesso; ma la mattina dopo si sveglia e vede che è stata assassinata. Diversi indizi sembrano indicare che lui sia il colpevole, ma lui sembra non ricordare niente.

Radici. Facciamo un tuffo all’indietro, fino agli anni Settanta. Parliamo di “Roots”, cioè “Radici”, composta da otto episodi e basata su un romanzo di Alex Haley. La prima rete a trasmetterla fu Rai 2. “Radici” ha più di quarant’anni e un po’ li dimostra, perché nel frattempo la serialità televisiva è radicalmente cambiata. Resta però un notevole pezzo di storia della televisione. La miniserie racconta la storia di diverse generazioni di una famiglia africana che dal Gambia finisce in America: i fatti raccontati, in parte basati su ricostruzioni fatte da Haley, si svolgono tra il 1750 e il 1870. E Kunta Kinte, citato anche nella nota canzone (omonima) di Daniele Silvestri, arriva da qui. Negli Stati Uniti andò in onda su Abc, che scelse di mandare in onda gli episodi uno dopo l’altro, dal 23 al 30 gennaio, e non uno a settimana. Fu una scelta di successo, perché arrivò a un’audience di circa il 50 per cento.

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