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Alà, cór!

Anche a Bergamo sono presenti le Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi

Donne guarite dal cancro, che corrono. Le ambasciatrici della staffetta in rosa che a ottobre verrà corsa in tutta Italia vogliono tenere alta l’attenzione sull’importanza di ricerca e prevenzione

Anche a Bergamo sono presenti le Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi
Sport 05 Giugno 2021 ore 01:04

di Marco Oldrati

Donne che corrono ma soprattutto donne che combattono, che hanno combattuto e continuano a farlo, mettendoci il coraggio, la faccia e soprattutto la voglia di vivere. Sono donne che hanno incontrato un nemico davvero tremendo, non quelli semplici che si sperimentano in una corsa come una distorsione, un crampo o una crisi di fame, ma il cancro.

E oltre a sconfiggerlo hanno scelto di fare qualcosa di significativo, di correre incontro a chi non sa che cosa sia convivere con la malattia che oggi più di ogni altra spaventa chi ne viene colpito e chi è vicino ai malati, per la sua perversa modalità di manifestarsi, per la sua assoluta imprevedibilità, per la sua difficile e spesso menomante gestione terapeutica.

Una malattia curata con terapie che richiedono farmaci per contenerne gli effetti collaterali, una malattia che spesso altera il tuo aspetto trasformandoti in un attento “manutentore” della tua identità privandoti dei capelli, riducendoti ad un filo d’erba quando eri un tronco di quercia, dando un colpo violento alla tua femminilità come quello della mastectomia o mettendo a rischio o addirittura precludendo la possibilità di avere figli come nel caso del tumore alla cervice.

Ma la forza per trasformare una speranza di guarigione in una prospettiva concreta oggi esiste e si chiama ricerca: è la disponibilità e l’attenzione di medici e ricercatori ad impegnarsi su un terreno infido, variegato, complesso ed è dovere sociale, la responsabilità di sostenere questa ricerca, di supportarla economicamente in modo individuale e in forma pubblica, mettendoci del proprio e mettendoci la faccia, privandosi di una cifra anche piccola per farne un capitale a disposizione di chi sta lottando per aiutare i malati a non essere più malati. E affermando – pubblicamente – che dal cancro si esce.

E se la ricerca è una delle due leve che genera speranza concreta, l’altra, la prevenzione è un obbligo che ognuno di noi ha nei confronti della propria vita e di quella che possiamo generare, perché l’attenzione, il controllo periodico, la capacità di conoscersi e di saper riconoscere i sintomi di una malattia sono strumenti fondamentali per circoscriverne la pericolosità e il danno conseguente, per mantenere inalterata la propria qualità della vita e i propri sogni di essere umano.

 

La voce più forte ad affermare questi due doveri, uno “civico” – sostenere la ricerca – e l’altro “personale” – quello a sviluppare una cultura della prevenzione - è quella delle donne, quelle donne che più degli uomini, per il motivo più “violento” che si possa immaginare, sono lì in prima linea, a correre la rabbiosa corsa non competitiva con altri, ma non meno determinata, quella con la malattia.

Lo fanno per difendere la propria femminilità, la propria maternità, la propria identità. Lo fanno per prevenire e poter curare il cancro alla cervice e quello al seno, contro i quali oggi si può e si deve usare il monitoraggio preventivo e la diagnosi precoce per contenerne al massimo la manifestazione più drammatica e distruttiva.

E queste donne sono fra di noi, presenti a dirci, a ripeterci che ricerca e prevenzione vincono il cancro: finalmente anche a Bergamo sono presenti le Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi 2021, donne, pazienti guarite da neoplasie, ragazze che corrono, le testimoni, non testimonial, testimoni della voglia di essere donne sempre, prima, durante e dopo la terapia, nel quotidiano come nelle fasi più difficili dell’emergenza patologica, sono le ambasciatrici di una staffetta Pink che a ottobre verrà corsa in tutta Italia.

Perché correre? Perché usare la corsa? Perché è il gesto più naturale, quello che immaginiamo abbiano fatto molte di loro uscendo dall’ambulatorio dell’oncologo in lacrime per la diagnosi, o che abbiano fatto sempre uscendo dall’ambulatorio dell’oncologo felici perché la chemio aveva avuto successo, oppure la corsa serena che hanno fatto tornando in spiaggia con un reggiseno in ordine dopo una mastoplastica o la corsa incontro ai propri bimbi, nati perché avevano saputo riconoscere l’insorgenza del rischio e l’avevano “battuto sul tempo”.

Correre per dire che la forza è dentro, una forza che è dei muscoli e dell’anima, per dire che serve sforzarsi, fare un piccolo sacrificio e dare qualcosa, un piccolo o un grande contributo anche in soldi oltre che in attenzione per finanziare la ricerca, per introdurre strumenti che diffondano la cultura del monitoraggio preventivo, per dare strumenti di supporto anche psicologico a una paziente che si vede messa in discussione come donna oltre che come essere vivente.

Lottano, insomma, come le donne sono chiamate a fare e queste in particolare sanno fare per conservare il massimo rispetto per sé anche nella malattia, per evitare la menomazione, per riprendere le fila della propria vita e ricominciare a correre, per portare un messaggio: il cancro, la diagnosi di una neoplasia, non è la fine di tutto, è una tappa, durissima, che può mettere ko, ma può anche essere superata. E ricerca, attenzione, coraggio, determinazione sono gli ingredienti di una terapia che tutti possiamo praticare, per dare alla lotta al tumore “femminile” il significato di una bandiera: chi è malato può guarire, ne ha la chance, ma questo dipende dall’alleanza che tutti noi (che malati non siamo) sappiamo mettere in campo per aiutarlo.