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Claudia Cretti torna in sella al Giro delle Marche. Il sogno si è avverato

La campionessa italiana di paraciclismo il 6 luglio 2017 per una caduta al Giro Rosa era finita in coma all'ospedale di Benevento. La commovente lettera di chi l'ha soccorsa.

Claudia Cretti torna in sella al Giro delle Marche. Il sogno si è avverato
28 Agosto 2020 ore 06:44

Claudia Cretti, bergamasca di Costa Vopino, classe 1996, campionessa italiana di paraciclismo, il 6 luglio 2017 è caduta rovinosamente in gara durante il Giro Rosa ed è stata ricoverata in coma all’ospedale di Benevento dove è rimasta per tre settimane in sala di rianimazione, in condizioni gravissime. Con tanta emozione ora Claudia Cretti torna alle corse professionistiche con il Giro delle Marche il prossimo 4 settembre. E fa sapere a tutti di questa sua rinascita: «Ci siamo! Un’emozione grandissima! Ritorno, per l’occasione del Giro delle Marche, a correre con le elite! Grazie di cuore alla mia squadra Born to Win, alla Federazione Ciclistica e al settore Paralimpico per aver permesso la realizzazione di questo sogno». Claudia qualche mese fa ha ricevuto una lettera. Una delle tante. Ma questa lettera è stata scritta dell’angelo che l’ha soccorsa. Claudia non ricorda nulla di quel brutto episodio, ma la gratitudine a quanti le hanno permesso di tornare alla vita e al ritorno dell’attività agonistica è tanta.
«Quando ho ricevuto qualche mese fa questa lettera – scrive Claudia Cretti – mia mamma ha pianto tanto. Io ho finalmente compreso il significato profondo di ciò che mi è successo, e ciò che mi hanno raccontato. La regalo a chi mi ha voluto bene e ha sofferto con la mia famiglia. So che siete in molti. Se non credete ai miracoli e agli angeli, questa lettera vi farà almeno riflettere su cosa possono fare l’amore, la passione e la dedizione degli esseri umani. Io invece ho imparato a credere nei miracoli e negli angeli. E questo è il racconto di uno dei miei angeli custodi che qel 6 luglio 2017 mi hanno salvato la vita. Solo per cuori forti».

Cara Claudia, anzi, ricomincio… Cara Kittel, sicuramente non ti ricordi di me, ma questo non importa. Ho scritto questa lettera qualche mese fa, su un aereo di ritorno dalle vacanze al mare. Dopo averla cancellata e riscritta mille volte, abbandonata nel cassetto chiedendomi se fosse giusto raccontarti ancora una volta quel terribile giorno. Poi oggi, dopo averti vista risalire su quelle due ruote, mi son decisa: ti racconto la tua storia, in quel giovedì pomeriggio, da un punto di vista che non avevi mai sentito. Tutti raccontano quel terribile incidente, quei giorni in ospedale, gli interventi, il risveglio, la riabilitazione e poi, finalmente il ritorno a casa… Ma nessuno ti ha mai raccontato quegli istanti infiniti, pieni di paura, tensione, con il cuore in gola, il respiro spezzato… Quegli istanti tra la caduta e l’arrivo in ospedale… Da due anni seguivo il Giro Rosa come soccorritore a bordo della seconda ambulanza, quella rianimatoria. Per la prima volta, il 6 luglio 2017, ho cambiato la routine, alla partenza della tappa ho salutato Stefano, Daniele e Gabriele, ho fatto cambio posto con Luca e sono andata sulla prima ambulanza, quella con “solo” i soccorritori del 118. Era una tappa lunghissima, 140 km che uniscono Isernia a Baronissi… Cosa facciamo tutto quel tempo in ambulanza? Si ride e scherza, si gioca, si parla di qualsiasi cosa… In sottofondo radio corsa continua a parlare, la seconda radio in collegamento con il medico di gara e l’altra ambulanza… Mi giro, guardo fuori dal vetro posteriore… Il deserto. Stefano in radio inizia ad irritarsi, abbiamo percorso i primi 10 km ed un gruppo ne ha già 3 di ritardo. Proseguiamo.
Dopo un’ora dall’inizio della tappa la distanza aumenta. Stefano insiste con il direttore di gara: non possiamo tenere il mezzo con il rianimatore così distante dal gruppo, ci sono almeno 20 km di ritardo. Stranamente ci ascoltano, le ultime ragazze vengono squalificate. “Stiamo rientrando”. Passano i minuti… Poi all’improvviso mi alzo, guardo fuori e vedo le ammiraglie che sbandano, inchiodano… Un ragazzo si sbraccia chiedendo di fermarci… Cosa c’è? Sorpassiamo le ammiraglie avvicinandoci a lui… Ecco che vediamo una ragazza a terra, prona, immobile… Cosa ca..o è successo?!?!?!?! Inchiodiamo. L’ambulanza si ferma qualche metro più avanti, apro il portellone con i guanti ancora in mano, li infilo velocemente mentre vengo verso di te. Si rompono. Fanculo ai guanti… Cosa diavolo sta succedendo? Corro da te, sei lì, prona, col viso rivolto verso l’asfalto, ferma. Mentre mi avvicino vedo del sangue sotto la tua bocca, da dove viene? Mi sento gelare. Viene dall’orecchio. Ti afferro la testa, ti tengo immobilizzata mentre aspetto gli altri dell’equipaggio per la manovra di pronosupinazione. Già, perchè non posso girarti da sola, sarebbe troppo pericoloso, potresti avere una lesione del midollo spinale, ho bisogno di altre due persone per farlo. Intanto tu sei lì, immobile, che respiri nella pozza di sangue che si stava formando sotto il tuo viso… Ma questo non è respirare… Cosa posso fare? Devo farti arrivare più ossigeno alla bocca ma non posso muoverti il collo. Ti tiro le guance con i mignoli, sento subito che il tuo respiro, seppur brutto, si modifica, migliora. Il tuo sangue scorre caldo sulle mie mani, la voce di quel ragazzo che mi martella: “Kittel! Kittel rispondi! Vi prego salvatela, fate qualcosa!”. Cerco disperatamente con lo sguardo gli altri due soccorritori, mi sembrano lontanissimi. Mi volto dall’altra parte, vedo arrivare la seconda ambulanza, c’è Stefano. Mi calmo. Non son mai stata così felice di vederlo. “Ha otorragia” gli dico… Mi guarda, “ma sei sicura?” “si, cazzo, esce dall’orecchio.” Il mio sguardo incrocia il suo, ci siamo capiti. Arrivano tutti, ti giriamo sulla spinale, ti mettiamo in barella, ri-scambio il mio posto con Luca e torno sulla seconda ambulanza con Stefano, con te. Due poliziotti in moto ci scortano all’ospedale più vicino… Ma dove??? Le sirene nelle orecchie, il rumore del tuo respiro… Ma stanno costruendo l’ospedale? Quanto manca? Siamo in mezzo al nulla, sul viadotto che scopriamo nei giorni successivi chiamarsi “della zingara morta”.
In ambulanza ti mettiamo un ago in una vena per darti i farmaci. Te lo strappi. Lo rimettiamo. Te lo strappi. Lo rimettiamo, regge. Lo fissiamo. Te lo strappi… Ragazzi, sta peggiorando. Stefano mi chiede il laringoscopio per intubarti. Siamo arrivati.
Entriamo di fretta al pronto soccorso del Fatebenefratelli, ci aiutano, riusciamo a mettere e fissare quel benedetto ago, ti intubano. Ti portiamo in TAC, il telefono continua a suonare. È il medico di gara, vuole sapere come stai. Male. Vuole sapere di più, non abbiamo tempo di rispondere, non lo sappiamo ancora. Mentre ti fanno la tac il tuo cuore rallenta, troppo. Altri farmaci. Si stabilizza. Possiamo finire la tac. Dobbiamo trasferirti al Rummo, qui non c’è la neurochirurgia. Il rianimatore del pronto soccorso organizza il trasferimento, l’ambulanza locale ti porta. Hey ragazzi, ma come si chiama? Controlliamo dall’elenco di gara. Claudia Cretti. Anzi, Kittel. Come ti aveva chiamato quel ragazzo. La sua voce mi rimbomba nella testa.


È tutto finito. Come ogni altro soccorso. Ora dobbiamo sistemare l’ambulanza e rientrare in gara… Già… Ma non so da che parte iniziare a pulire tutto. Dopo un’ora siamo riusciti a rendere quasi decente l’ambulanza. Ci dirigiamo verso l’arrivo della tappa, ormai siamo a 60 km dalla gara, non riusciamo a rientrare. Daniele mi guarda, Stefano è silenzioso, Gabriele guida. Nessuno parla. Arriviamo a Baronissi, insieme alle ragazze in testa alla corsa. I poliziotti mi cercano, chiedono come stai.
Mi guardano. Perché continuano a fissarmi? Ah, ho la divisa sporca, forse è il caso di cambiarmi. Tu ora sei al sicuro, il mio compito è finito. Perché non riesco a smettere di pensarci? Abbiamo seguito da lontano tutti i tuoi progressi, qualche settimana dopo siamo tornati a Benevento a prenderti… Che emozione vederti! Sei li, mi guardi, cerchi di parlare… Il tuo sorriso è la cosa più bella che abbia mai visto. Ogni volta che ci penso ho i brividi. Quelle 8 ore di viaggio sono state infinite, eri stanca, stufa di quella barella, volevi alzarti. Finalmente siamo arrivati. Prima che andassi via mi hai mandato un bacio. Mi son sciolta. Perché mi fa questo effetto? Non mi riconosco… Quella soccorritrice apatica, fredda, che non si porta a casa mai alcun ricordo dei soccorsi… E poi sei arrivata tu… Mi son chiesta tante volte perchè sia andata così quel giorno, perchè dovessi esserci io nel posto sbagliato al momento sbagliato… o nel posto giusto al momento giusto… Perché le nostre vite dovessero incrociarsi in quel modo, in quegli istanti… L’unica risposta alle tante domande che mi son fatta è stata questa: era destino. Un abbraccio, C.

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