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La prima volta in Coppa d'Asia

Lo storico esordio della Palestina sulla scena del calcio mondiale

Lo storico esordio della Palestina sulla scena del calcio mondiale
Eventi 14 Gennaio 2015 ore 10:35

È andato come si temeva potesse finire l’esordio della Palestina in Coppa d’Asia: ha vinto il Giappone facilmente 4-0, perché è lecito sperare e combattere, ma il calcio vive anche di realismo, e contro una nazionale ricca di talenti internazionale come quella nipponica poco potevano pretendere i semi-professionisti arrivati dal Medio Oriente. Le reti di Endo, Okazaki, Honda e Yoshida lanciano i “Samurai blu” nella corsa al successo finale, ma non riescono comunque ad affossare del tutto gli entusiasmi della nazionale palestinese che oggi si trova di fronte ad un evento storico, ossia la prima qualificazione ad una fase finale del suo massimo torneo continentale.

«In tanti dicono che la Palestina sarà come un turista in questa competizione. Noi però vogliamo provare a rendere orgoglioso il nostro Paese e mostrare al mondo i passi avanti fatti dal calcio palestinese»: il portiere Ramzi Saleh aveva provato a far credere che l’esordio sarebbe andato diversamente, ma il risultato negativo non basta a stemperare il valore storico di questa competizione per la Palestina, che qui è arrivata vincendo lo scorso maggio la Challenge Cup, trofeo riservato a nazioni emergenti. Il pensiero, ovviamente, va allo status politico della Palestina che, attraverso lo sport, spera di ricevere più legittimazione e credibilità internazionale, oltre a raggruppare attorno alla sua squadra gli entusiasmi dei milioni di palestinesi sparsi nel mondo.

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La nazionale. Anche perché ovviamente la storia della nazionale palestinese s’intreccia a filo doppio con quella di questa terra, e in un Paese in cui ogni minimo spostamento è soggetto a controlli e limitazioni, pure il calcio troppo spesso si è dovuto adeguare. Questa nazionale esiste dagli anni Sessanta, ma soltanto nel ’98 ha ricevuto un riconoscimento ufficiale. E, da allora, per almeno 10 anni, ha sempre dovuto giocare lontano dalla propria terra: gli allenamenti avvenivano in Egitto, le gare casalinghe in Qatar. «È stato molto difficile avere qui tutti, considerato che per alcuni di loro è necessario avere il permesso di viaggio», raccontava prima dell’esordio Al Hassan, tecnico della nazionale. «Molti giocatori erano fuori dalla Palestina, senza la possibilità di entrare nel Paese. Abbiamo dovuto radunarli fuori dai confini, non è bello ma dobbiamo lottare per stare insieme e giocare».

 

 

Il campionato palestinese e le difficili trasferte. Il valore tecnico della squadra è sempre stato basso: il campionato palestinese si divide tra un girone giocato a Gaza e uno in Cisgiordania, ma a parteciparvi sono ovviamente solo club semiprofessionistici. Così la Nazionale ha sempre occupato basse posizioni nel ranking Fifa e non è mai riuscita a qualificarsi per tornei ufficiali. Tuttavia, bisogna anche spiegare che la squadra non ha mai avuto vita facile a muoversi: troppo difficile organizzare ritiri, allenamenti e trasferte tra i controlli rigidi delle autorità israeliane. Nel 2006, ad esempio, metà squadra non poté volare in Uzbekistan per una gara di qualificazione ai Mondiali: non ottenne i visti d’uscita e rimase a casa. La Palestina perse così 3-0 e vanificò il primato fin lì ottenuto nelle gare contro Taiwan e Iraq. Un anno dopo, sempre con le stesse modalità, diverse trasferte per le qualificazioni alla Coppa d’Asia furono negate.

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E poi ci sono stati gli arresti e le morti. Tanti i giocatori deceduti durante il conflitto, in circostanze diverse: c’è chi come Tariq al Quto fu ucciso dall’Israel Defence Force e chi, invece, rimase schiacciato dall’operazione Piombo Fuso, come i tre giocatori Ayman Alkud, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshtahe. Mahmoud Sarsak invece aveva vestito due volte la maglia della Nazionale ma poi, nel 2009, è stato arrestato con l’accusa di essere un jihadista: è stato rilasciato solo nel 2012 senza che Israele intentasse contro di lui un vero processo, dopo che, per questa ingiustizia, aveva cominciato un lungo sciopero della fame. Per terrorismo fu arrestato anche Omar Abu Raways, ex portiere, e pure Samah Fares Muhamed Marava: il suo club rientrava dal Qatar, e lui fu accusato di essere un corriere di Hamas che collegava l’emirato arabo alla Palestina. Storie di una terra dove neanche il calcio è semplice sport.