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Si trovano tra i 700 e i 2000 metri

I 4 uccelli glaciali delle Orobie

I 4 uccelli glaciali delle Orobie
Eventi 17 Settembre 2014 ore 09:42

In una delle poche limpide giornate che questa estate ci consente, osservando dal rifugio Baroni al Brunone la morena glaciale sotto il pizzo Redorta, si può immaginare che così doveva essere il mondo alcune decine di migliaia di anni fa, quando l’ultima glaciazione, quella di Würm, abbandonava progressivamente il nostro paese e lasciava la terra coperta soltanto di arbusti, licheni e muschi.

A quell’epoca erano comuni e diffusi i tetraonidi (il nome rappresenta le loro zampe formate da quattro artigli): la pernice bianca, il gallo forcello, il gallo cedrone e il francolino di monte. Questi quattro enigmatici uccelli galliformi sono di fatto dei relitti giunti sino a noi dai tempi in cui gran parte del nostro emisfero boreale era coperto dai ghiacci. Ora, per trovare scampoli di territorio simile a quello di decine di migliaia di anni fa, sono costretti a salire di quota per trovare condizioni analoghe a quelle di allora. La pernice bianca (Lagopus muta) vive oggi sopra i 2.000 m, il gallo forcello (Lyrurus tetrix) poco sopra i 1.500 m, il gallo cedrone (Tetrao urogallus) e il francolino di monte (Tetrastes bonasia) hanno invece trovato un habitat ideale nei recessi forestali più nascosti e tranquilli, il primo fra i 1.200 e i 1.700 m. e il secondo fra i 700 e i 1.500 m.  Ad oggi il più diffuso sulle Orobie è il gallo forcello, di cui se ne contano circa 600 esemplari, mentre ormai ridotti ad autentiche reliquie glaciali gli altri: il francolino di monte arriva a 200 esemplari, la pernice bianca a poco più di 50, il gallo cedrone solamente a una ventina.

La pernice bianca e il gallo forcello.

Tutto di questi quattro galliformi ci ricorda la loro origine glaciale, visto che sono creature che hanno assunto alcune particolarità uniche, non presenti in tutti gli altri uccelli. Hanno ad esempio delle zampe strutturate per poter camminare agevolmente sulla neve fresca. Il gallo forcello, il gallo cedrone e il francolino di monte hanno delle apposite escrescenze cheratinose (assimilabili alle nostre unghie) che dilatandosi aumentano la superficie di contatto della zampa. La pernice bianca addirittura ha le zampe pelose, come quelle dei conigli. Molto avari di emissioni sonore, sono uccelli strutturati per la vita tra i ghiacci e gli ambienti assolutamente ostili. Infatti, possono chiudere le fosse nasali in presenza di forti venti, hanno un piumaggio foltissimo e dotato di una doppia piuma che raddoppia l’effetto coibentante, per cui riescono a sopravvivere in condizione di freddo assai intenso. La pernice bianca e il gallo forcello addirittura scavano delle tane nella neve e si lasciano coprire dal manto nevoso, creando così una sorta di igloo dove la temperatura rimane stazionaria a zero gradi.

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Non a caso vengono definiti avifauna tipica alpina, perché presenti esclusivamente sulle Alpi, alle quote più elevate (non vi è traccia di questi galliformi sugli Appennini). Altrimenti li ritroviamo nell’estremo nord, oltre il cinquantaduesimo grado di latitudine, dove la latitudine compensa l’altitudine. I 2.000 m del rifugio Curò sulle Orobie corrispondono al livello del mare a Trondheim in Norvegia. La vegetazione che ritroviamo sulle Orobie a 2.000 m è la medesima che ritroviamo nei fiordi norvegesi. E lo stesso vale per la fauna selvatica.

Questi uccelli sono inoltre strutturati per mangiare alimenti più grezzi e ricchi di lignina. Ad esempio, il gallo forcello in inverno arriva a mangiare solo gli aghi degli abeti, e così anche il gallo cedrone. La pernice bianca mangia i germogli di rododendro e di salice nano. Per poter digerire alimenti grezzi questi uccelli hanno sviluppato in maniera eccezionale l’intestino cieco.Questo, lunghissimo, è ricco di flora batterica in grado di metabolizzare la lignina e renderla assimilabile.

Il mimetismo è uno degli elementi fondamentali che ha reso possibile la loro sopravvivenza nel corso di migliaia di anni. La pernice bianca ha un manto pressoché immacolato in inverno per mimetizzarsi sui ghiacciai perenni e rendersi così difficilmente avvistabile dai predatori, in particolar modo l’aquila reale e l’ermellino. Dopo l’inverno diventa di colore grigio-marrone, il colore del sottobosco che d’estate riveste anche le quote più elevate. Diverso il discorso per il gallo forcello, la cui coda ricorda curiosamente una lira: il dimorfismo differenzia in questo caso maschio e femmina. Il maschio è nero con il sottocoda bianco, mentre la femmina ha un manto mimetico.

Il gallo cedrone e il francolino di monte.

Il gallo cedrone è il più grosso tra tutti i tetraonidi ma, nonostante la sua mole, è forse il più timido. Assolutamente anacoreta, cioè nemico del rumore, della confusione, del sovraffollamento, vive nei recessi più nascosti delle foreste di aghifoglie delle nostre montagne. Se disturbato da motocross, motoseghe, gitanti, non esita a cambiare totalmente il versante della montagna.

Il francolino di monte è un tetraonide enigmatico (fra i quattro è quello di cui sappiamo meno), vive come il gallo cedrone nelle parti più nascoste delle foreste di latifoglie e aghifoglie, come una sorta di fantasma.

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I principali nemici dei tetraonidi.

Il principale nemico dei galliformi è la pioggia. Una primavera piovosa (a queste quote la primavera arriva ai primi di giugno) è nefasta. Mentre i mammiferi possono allattare i piccoli, una volta che si sono schiuse le uova la chioccia deve condurre i pulcini a beccare tutta quella serie di microinvertebrati che sono presenti sulle foglie della vegetazione. Se piove, però, la chioccia li tiene sotto cova, dove possono resistere per quarantotto ore grazie al sacco vitellino all’interno del loro apparato intestinale. Oltre tale termine muoiono d’inedia (ossia la prolungata astensione al cibo). Per questo, quando si hanno primavere asciutte si riscontra un piccolo aumento di queste popolazioni, mentre quando si hanno primavere piovose si rilevano drastici cali.
Ma il nemico più deleterio è senza dubbio l’uso consumistico della montagna. La continua costruzione di infrastrutture viarie o residenziali in alta quota porta indiscutibili danni a queste specie che hanno bisogno di assoluta tranquillità. Senza tale tranquillità nelle aree di riproduzione queste specie sono vittima ovviamente di un progressivo diradamento. Non dimentichiamo che le Orobie sono il punto più meridionale d’Europa dove sono presenti i tetraonidi. Ogni mutamento climatico comporta una drastica riduzione del loro habitat e aumenta il pericolo di una loro scomparsa dalle nostre montagne. È necessario dunque salvaguardarli dato non solo il loro valore estetico e culturale, ma anche il loro enorme valore ecologico, per cui sono uno dei principali vanti della biodiversità che caratterizza il nostro territorio.

 

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