Nel castello di Harry Potter

Il giardino più velenoso del mondo (ops, si sono dimenticati l'oleandro)

Il giardino più velenoso del mondo (ops, si sono dimenticati l'oleandro)
Eventi 16 Giugno 2015 ore 10:00

Alcune volte si vorrebbe non crederlo, ma la comunicazione è davvero tutto, per un'impresa specialmente. In Inghilterra, ad esempio, c’è un castello visitato ogni anno da migliaia di persone. Si promuove come il castello di Harry Potter, perché in effetti vi sono state girate diverse scene dei film del maghetto più famoso del mondo. Questo castello, il castello di Alnwick, ha un giardino. Un giardino molto grande e decisamente bello, che la moglie del proprietario, il duca di Northumberland, è riuscita a far diventare anche famoso in tutto il mondo grazie ad una luminosa intuizione: proporlo come il giardino più velenoso del mondo.

Quando, nel 1995, la giovane Jane Percy sposò l’erede di un casato il cui nome pare estratto pari pari da Shakespeare non si limitò a ringraziare il cielo per la sorte che le era capitata, né si accontentò di essere stata dapprima messa al mondo - e confezionata poi - carina come poche altre. Si rivolse invece a Jacques Wirtz, architetto paesaggista che aveva lavorato per i giardini delle Tuileries a Parigi, per rifare da capo il parco del castello: 14 ettari di scenografia britannica che lei voleva caratterizzare alla sua maniera, rendendoli unici.

Quando inizi un’operazione del genere, la prima cosa è scegliere un nome. Nacque così “il giardino più velenoso al mondo”. Il fatto che attiri ogni anno oltre 600.000 visitatori conferma che si è trattato di un’ottima scelta. A corroborare la quale è stata anche costruita una complicata liturgia di visita, con guide che affermano di vigilare sulla sicurezza dei visitatori, reti che circondano le piante indicate come possibili generatrici delle morti più atroci se solo qualcuno si azzardi a sfiorarne le foglie o le corolle. In breve: un ambiente da Ispettore Barnaby, la serie inglese in cui a nessuno è lecito morire in maniera semplice e lineare e nella quale fiori e giardini svolgono sempre un ruolo importante nelle aggrovigliate storie di follia oggetto delle indagini del locale ufficio di polizia.

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Se però, presi dalla curiosità, si volesse saperne di più su questo giardino che si pretende atroce, si rimarrebbe affascinati più dalla scaltrezza della duchessa che delle aiuole del suo parco a tema. Per prima cosa, perché si viene a sapere che non tutti i 14 ettari ospitano piante, funghi e licheni dichiaratamente mortiferi. E, in seconda istanza, perché ci si accorgerebbe quasi subito - quelli di noi che hanno passato l’infanzia e la giovinezza in campagna - di aver convissuto per mesi con specie vegetali ben più pericolose di quelle collocate nelle nebbie del Northumberland. Il sito di Focus ne ha fotografate alcune, tra le quali la comunissima - tra noi - Gigaro chiaro, il cui nome scientifico (Arum italicum) non potrebbe suonare più familiare: ai bambini veniva contrabbandato come il pane delle vipere.

C’è poi - meno comune, ma tuttavia diffusa nei giardini con intenzioni un po’ esotiche - quella che fino a qualche anno fa si chiamava Datura, ossia lo stramonio arboreo che i cataloghi dei vivai riportano col nome di Brugmansia arborea, dai bellissimi calici penduli. Focus mostra anche l’aconito, che con un tocco di eleganza chiama aconitum osservando che il nome deriva dal greco akòniton = pianta velenosa, nota come tale fin dai tempi di Omero. Era l’erba usata per avvelenare i pozzi dei vicini con cui si era in lite. Però bisogna disporre di un fascio di radici piuttosto consistente per riuscire a mandare al creatore i confinanti: se lo si tocca, l’aconito è assolutamente innocuo. E anche se lo mordicchia come si fa tante volte con le erbe.

Molto più potente è invece il veleno del maggiociondolo (Laburnum anagyroides) che indora di sole le volte dei giardini più eleganti del mondo. Toccarlo non fa niente. Per il resto è velenosissimo. Come lo è un altro killer fotografato, il lauroceraso, che non è però il comunissimo alloro, come vien detto nella didascalia. Anni fa nei pressi di Como numerosi cervi che se ne nutrirono brucandolo dalle siepi di cinta dei giardini - perché intorno era nevicato e non avevano trovato altro da mangiare - furono trovati morti e in un primo tempo si pensò a una strage su commissione. Dato che è amarissimo, a nessuno viene in mente di mangiarselo. Però fa malissimo se lo si usa per fare il fuoco: è il fumo a metter fuori uso la gente.

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Mancano però, nel giardino inglese, tante essenze che - quelle sì - sono pericolosissime per la salute. L’oleandro, prima di ogni altra. L’oleandro quello che c’è da tutte le parti, comprese le autostrade? Quello. E poi l’elegantissimo elleboro (elléboro) nero, detto anche rosa di Natale. Della sua eleganza sono pieni i nostri boschi, ma lui, zitto zitto, con la sua testa umilmente chinata, non perdona. E poi il colchico, che è così grazioso, e gli altri che trovate in un sito Sicurinsieme, utilissimo per iniziare i bambini alla conoscenza delle piante e dei fiori selvatici perché, come ha capito bene la duchessa, un’aura un po’ delittuosa è sempre più attraente di una bellezza leggera ed esposta.

Purtroppo nemmeno questo sito - e neanche un altro, dell’orto botanico di Trieste - ricorda la Lucrezia Borgia dei boschi, ossia l’allium ursinum, (aglio orsino), che in alcune sue varianti A. sphaerocephalon L. - aglio delle bisce; A. carinatum L. - aglio delle streghe; A. victorialis L. - aglio serpentino si porta nel nome tutta la sua leggenda. Forse non è proprio velenosissimo come si crede, però è bello pensare, andando in giro per i nostri boschi domestici, di star fronteggiando la morte.