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Ciotoli, pietre e imprecazioni

L'odiato, ma mitico pavè La corsa più dura al mondo

L'odiato, ma mitico pavè La corsa più dura al mondo
Eventi 10 Luglio 2014 ore 06:40

Quando la Regina delle Classiche ad aprile porta il ciclismo sul pavé che collega Parigi a Roubaix, non tutti i corridori accettano di venire. Soprattutto i grandi atleti disdegnano questa corsa: troppa fatica su quei sassi maledetti, troppi dolori ai muscoli al traguardo, troppi tremolii di canna e manubrio a distruggere le ossa. E poi il meteo: se piove le pietre si fanno viscide e fangose. Se non c’è acqua, invece, la polvere entra profonda nei polmoni, rendendo un'impresa ogni colpo di pedale. Ieri però, per la quinta tappa del Tour de France, nessun ciclista iscritto ha potuto rifiutarsi di passare di qui: gli organizzatori de La Grande Boucle hanno scelto il pavé più famoso delle biciclette per ambientare un tratto del Giro di Francia, dove è uscito trionfatore Vincenzo Nibali, che ha conservato alla grande la maglia gialla giungendo al traguardo secondo, dietro l'olandese Boom. Ma a dominare la tappa è stato lui, il pavé.

La pioggia ha imposto la cancellazione di due dei nove tratti iniziali su questo fondo assurdo, quelli appunto celebri per la Parigi-Roubaix, una delle classiche più dure, l'Inferno del Nord del ciclismo. «Per dieci giorni ti fa male tutto il corpo come se ti avessero preso a bastonate», diceva Francesco Moser di questa gara. Un tratto di strada che odiano gran parte dei ciclisti, belgi esclusi, strana stirpe del pedale che qui si esalta, tace per botte e scossoni e tira dritto al traguardo. Singolare che da Bruxelles e dintorni siano arrivati 55 dei vincitori delle 112 edizioni di questa classica: Boonen e De Vlaeminck dominano la classifica, Merckx, Rebry, Van Looy e Museeuw inseguono. «Datemi retta», diceva proprio il “Cannibale” sui ciclisti che si rifiutano di correre la Parigi-Roubaix, «non credete a tutte quelle balle che dicono sulla preparazione. Non la fanno perché hanno paura. Perché alla sera, quando tornano in albergo, non vogliono avere la schiena a pezzi e le mani che tremano ancora come quelle dei vecchi».

L'edizione più incredibile che si ricordi della Parigi-Roubaix è quella dell'81. Immancabile la pioggia, immancabili le cadute, immancabili gli scivoloni sul porfido. Tra i più tartassati, il campione francese Bernard Hinault, cinque volte per terra tra il fango e i ciottoli. Ad un certo punto stava quasi per ritirarsi quando un'ammiraglia uscì di strada proprio davanti a lui: per proseguire la corsa, il ciclista fu costretto a caricarsi la bici in spalla e attraversare un prato. Ma non si fermò. E non lo fece nemmeno quando un gatto gli tagliò la strada e lo fece cadere ancora. Resse e andò avanti, a pochi chilometri da traguardo la sua resistenza fu premiata: agganciò il gruppo di testa e spinse sui pedali. Fece ingresso nel velodromo per primo e vinse. «Questa corsa è una porcheria, non la correrò mai più!», disse alla fine, pulendosi il fango dalla faccia.

Ora è tra gli organizzatori del Tour de France, e forse, ieri, avrà sorriso con un filo di cattiveria nel vedere i ciclisti passare da qui, anche solo per sette piccoli tratti. La pioggia e il fango non si sono risparmiati, il vento gelido del nord ha reso l'impresa di Nibali ancora più eroica, e ancor prima che il serpentone arrivasse sul pavé ha tolto al ciclista siciliano uno dei suoi rivali più pericolosi, il campione in carica Chris Froome. Ogni volta che il grande ciclismo arriva da queste parti qualcuno ne fa le spese e si chiede chi diavolo ha voluto che una corsa di biciclette passasse su ciottoli e porfido. La risposta? Due industriali tessili di fine Ottocento, che costruirono il velodromo di Roubaix e tentarono di valorizzarlo portando qui dalla vicina Parigi un grande evento sportivo. Gli diede retta il direttore di una rivista del settore, Louis Minart di Le Vélo, che fece testare il percorso al suo giornalista Breyer. Ovviamente pioveva anche quel giorno, e zeppo di fango e freddo il cronista giunse al velodromo. Aveva tutte le ragioni valide per comunicare al suo capo che organizzare una gara così sarebbe stata una follia, ma i due industriali lo convinsero a non dire nulla. Offrendogli una doccia calda e una buona zuppa fumante.