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La grande mostra

Sorpresa: quest'anno a Bergamo c'è una Resurrezione in più

Sorpresa: quest'anno a Bergamo c'è una Resurrezione in più
Eventi 23 Aprile 2019 ore 05:00

C’è una Resurrezione in più quest’anno a Bergamo. Non la si vedrà il giorno di Pasqua. ma a partire dal 25 aprile, quando la tavola ritrovata nei depositi della Carrara e riconosciuta come di Andrea Mantegna da Giovanni Valagussa, conservatore del museo, verrà esposta in quella che è la sua casa. L’hanno vista i londinesi, in quanto l’opera era stata chiesta in occasione della grande mostra su Mantegna e Giovanni Bellini (i due erano anche cognati) organizzata quest’inverno dalla National Gallery.

Tutti ricordano le circostanze del ritrovamento: un’opera ritenuta di scuola invece è diventata a tutti gli effetti di uno dei grandi maestri del nostro 1400 in quanto si andava ad incastrare con un’altra opera sua celebre, la Discesa al limbo conservata in una (fortunata) collezione privata americana. Dal punto di vista iconografico le cose tornavano, in quanto la Discesa al limbo precede la Resurrezione: l’opera era in origine un’unica tavola, come evidenziato dal bastone con la croce che Gesù ha tra le mani e che passa dall’una all’altra.

Oggi è Pasqua ed è bello soprattutto guardare come Mantegna abbia risolto la rappresentazione di un soggetto che per ogni artista ha rappresentato un sesto grado. Ci vuole infatti una certa audacia per immaginare e rappresentare un fatto come la Resurrezione. La fantasia non sta dietro a un fatto così, oppure rischia di volare in direzioni alquanto improbabili. Chi c’era e poteva fornire testimonianza, com'è ben noto, ne fu invece tramortito.

 

 

Mantegna era un uomo tosto. Spigoloso di carattere e anche di stile pittorico, cresciuto nella Padova dove si era trasferito il genio più selvatico dell’arte italiana, Donatello. Anche Mantegna era poco propenso a sdolcinature e a fughe visionarie e lo si percepisce da quel paesaggio aspro e selvaggio in cui ha ambientato questa sua opera ritrovata: ci sono solo rocce taglienti che incombono e quasi soffocano anche il cielo. Come poteva dunque mettere in scena uno come Mantegna il fatto misterioso della Resurrezione? Non certo con quei balzi un po’ da effetti speciali nei quali si sono avventurati tanti artisti, prima e dopo di lui. Né in una visione mistica dove il corpo diventa di sostanza luminosa. Mantegna si mantiene con i piedi per terra, a costo di correre il rischio di apparire piatto e un po’ brutale. Ed ecco il suo Gesù, che appoggiandosi allo stendardo simboleggiante la sua vittoria, esce dal sepolcro semplicemente scavalcandolo: una gamba è già fuori e il piede è appoggiato alla roccia; l’altra gamba sta per seguire. Non ci sono effetti luministici che rendano un po’ meno tetro quello scenario. Gesù esce con disinvoltura, in mezzo a chi era lì a sorvegliare il sepolcro e invece è come paralizzato da quello che sta accadendo. È la Resurrezione immaginata da un artista che quando dipingeva proprio non riusciva ad andare dietro ai sogni. È una Resurrezione con i piedi per terra, come ogni fatto credibile e vero.