Fino al 28 giugno

Un grande bergamasco a Milano

Un grande bergamasco a Milano
Eventi 01 Giugno 2015 ore 16:24

È una mostra dal piglio battagliero quella che ha portato il grande Piccio nella capitale lombarda. Per capire di che si tratta bisogna fare un po’ di cronaca. L’inizio del contenzioso attorno all’artista bergamasco (d’adozione, perché era nato in provincia di Varese, ma nel 1812, quando lui aveva 8 anni la sua famiglia si era trasferita ad Albino) risale a un paio d’anni fa. Ad accendere la miccia era stato Renzo Mangili, uno studioso, ex bibliotecario della Mai, che dopo anni di studi e di controlli puntigliosi ha pubblicato un catalogo ragionato dell’opera di Piccio in cui metteva in dubbio l’autografia di più metà delle opere. Esattamente 473 su 700, finite sotto la dicitura “sospesi o non condivisi”. Apriti cielo! Collezionisti e galleristi si sono visti declassati al rango di copia o di opera di non precisati artisti quelle di cui erano in possesso pensando fossero proprio del grande Piccio. Ed è scoppiata subito una rivolta contro l’operazione di Mangili, fatta a freddo e senza un minimo di confronto con gli altri studiosi dell'artista.

 

Rebecca e il servo di Abramo

[Rebecca e il servo di Abramo, 1855 circa]

 

Son passati tre anni ed ecco la prima vera risposta a quell’operazione editoriale un po’ corsara. Una risposta ben orchestrata da un appassionato gallerista milanese, Francesco Luigi Maspes, che nei suoi spazi centralissimi di via Manzoni ha raccolto una dozzina di opere del Piccio, tra cui il bellissimo Ritratto di Giulia Caccia, riportato a nuovo grazie a un restauro certosino. Ma soprattutto ha pensato ad un catalogo “da battaglia”, per rispondere senza nessuna reticenza all’operazione di Mangili. Maspes ha affidato il saggio a Francesco Rossi, per tanti anni conservatore dell’Accademia Carrara. Alcune schede sono però firmate da Pierluigi De Vecchi, che nel 1998 aveva già firmato un Catalogo ragionato del Piccio, con una filosofia molto diversa da quella di Mangili. Rossi ha affermato nell’introduzione di aver accettato l’invito di Maspes per un “dovere morale”: «Mi sono detto, insomma, che ne avevo abbastanza, e che occorreva far qualcosa per risarcire il pittore Giovanni Carnovali (il vero nome del Piccio, ndr) dal fastidio di trovarsi ancora una volta coinvolto in diatribe che molto hanno a che fare con il collezionismo e magari con il mercato, e poco o nulla con la sua pittura».

 

autoritratto1841-1

[Autoritratto, 1840]

 

Cosa si vede in questa mostra milanese? Sono esposte una serie di opere che riassumono tutti gli aspetti dell’arte del Piccio, quindi da quelle con soggetti mitologici a quelle sacre, dai paesaggi sino, naturalmente, ai ritratti. Si vede uno stupendo Autoritratto del 1840, il primo in cui il Piccio si rappresenta orgogliosamente con pennello e tavolozza tra le mani; è girato di tre quarti e ha un piglio battagliero che ben s’addice a questa mostra. È un quadro di grande modernità, con quel fondo grigio che astrae da ogni contesto, e con i capelli che sembrano agitati da un vento misterioso. Traspare in questa tela tutto l’estro del Piccio, la sua natura inquieta, il temperamento scapigliato. Poi si ammira la Giulia Caccia, moglie di Vittore Tasca, che aveva spesso il Piccio come ospite nella villa di Brembate. L’aneddottica racconta che un giorno il pittore vide la bella Giulia affacciarsi sul portico, verso il giardino, proteggendosi con la mano dalla luce intensa del sole. Quel gesto colpì l’immaginario del Piccio che ne ricavò un quadro pieno di dolcezza e di morbidezza. La dedica all’amico Vittore sembra voler allontanare qualsiasi dietrologia. Tanta tenerezza si respira anche nella Madonna con il Bambino del 1868: la mano di Maria avvicina a sé la testa del Figlio, con gesto delicatissimo. Il fascino di Piccio sta proprio in questa sua doppia natura: da una parte un po’ ribelle e libertaria, dall’altra capace di ammaliare con la dolcezza.

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