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Scattate a Parigi e New York

La vita dietro le finestre degli altri Foto di un'arte che osserva

La vita dietro le finestre degli altri Foto di un'arte che osserva
Eventi 24 Novembre 2014 ore 10:16

La fotografa statunitense Gail Albert Halaban è nata a Washington DC nel 1970. La sua formazione artistica si è svolta tra la Brown University, dove si è laureata con una tesi sul documentario fotografico, e Yale, università presso cui ha conseguito un master. Specializzatasi in ritratti di donne a grandezza naturale e in paesaggi urbani, la Halaban ha al suo attivo numerose mostre individuali e riconoscimenti prestigiosi. Tra i suoi scatti più celebri, vi sono quelli che colgono le vite degli altri da dietro i vetri delle finestre. L’obiettivo della macchina fotografica diventa un occhio che cattura gesti, sospensioni e sguardi di sconosciuti. La componente voyeuristica pertiene esclusivamente al campo artistico e può essere chiamata in causa solo in quanto categoria descrittiva: Halaban, infatti, si è premurata di contattare telefonicamente i proprietari degli appartamenti fotografati, chiedendo loro il permesso di “spiarli”. Per ciascuna fotografia, inoltre, sono state attentamente studiate angolazioni e illuminazioni, così da riuscire a riprodurre prospettive ragionate, geometrie di linee architettoniche che la presenza di esseri umani ammorbidisce con i colori della vita. Le immagini sono state realizzate tra Parigi (successivamente incluse in un volume, Paris Review) e New York, città in cui si è stabilita nel 2006. Da finestra e finestra, queste fotografie dialogano tra loro, come i ritratti di una pinacoteca che, rinchiusi nelle loro cornici, si riflettono reciprocamente in pose ed espressioni. Le intelaiature delle finestre ritagliano superfici dinamiche, spazi in cui l'altro è colto nell'istante di un movimento in sospeso.

 

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Albert Gail Halaban ha confessato che osservare gli altri è un'abitudine coltivata fin da quando era piccola:

Ho spiato i miei vicini di casa. Questa cosa è andata avanti per anni. L’appartamento di Manhattan in cui sono cresciuta si affacciava su centinaia di finestre, ognuna delle quali offriva il proprio spettacolo. Da bambina, durante le notti che precedevano il Natale, avrei passato ore a osservare queste finestre, contando quante erano state decorate con delle luci. Negli anni Settanta e Ottanta passavamo la Pasqua ebraica sbirciando dalla finestra della nostra sala da pranzo nella casa di un’altra famiglia dall’altra parte della strada, qualche piano più sotto. Anno dopo anno quella famiglia era lì, la loro casa splendeva per le candele e l’argento, un pezzo costante della nostra sacra tradizione. Non abbiamo mai saputo i loro nomi o scambiato una parola con loro. Ma ciò che sapevamo di sicuro, ma di cui non abbiamo mai parlato, era che anche loro e gli altri vicini osservavano noi. Tuttavia, ammettere questa cosa sarebbe stato mortificante. Anche adesso ho difficoltà ad ammettere di “aver osservato”.

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