89esima edizione

5 cose da ricordare degli Oscar

5 cose da ricordare degli Oscar
28 Febbraio 2017 ore 05:30

Questione di prospettive: nell’anno del “Make America Great Again”, Hollywood, che non ha mai veramente digerito l’approdo del presidente Trump alla Casa Bianca, ha risposto con una serata, quella dell’89esima cerimonia degli Oscar al Dolby Theatre di Los Angeles, che suona più o meno così: “America is already great!”. Perché? Perché tra le frecciatine alla presidenza, la straordinaria qualità dei film in gara e la consueta eleganza del Dolby che però non finisce mai di stupire, il messaggio della City Of Stars è allo stesso tempo implicito e inequivocabile: l’America è già grande e lo è sempre stata. Nonostante un Jimmy Kimmel (presentatore della serata) un po’ impacciato, anche quest’anno la cerimonia dell’assegnazione degli Oscar si è rivelata eccezionalmente spettacolare e degna di essere trasmessa in più di 225 Paesi in tutto il mondo. Vediamo quindi i momenti davvero indimenticabili di questa serata.

 

1) L’assenza di Ashgar Farhadi

Il suo Il Cliente riceve la statuetta per il miglior film straniero, ma lui è il grande assente della serata: un’assenza rumorosa, pesante. Al suo posto una lettera in cui il regista spiega il perché di questa decisione: una protesta esplicita contro il bando anti-musulmani fortemente voluto dal presidente Trump. Il braccio di ferro tra Trump e gli oppositori è tutt’ora in corso, e il regista iraniano ha dichiarato di non aver voluto presenziare per rispetto dei suoi connazionali, «vittime di una legge disumana». Inutile dire che la lettera è stata accolta con una standing ovation dell’illustre pubblico del Dolby. Nella missiva, la chiave di lettura di tutta la protesta anti-Trump di Hollywood: «Il cinema può catturare le qualità umane e abbattere gli stereotipi e creare quell’empatia che oggi ci serve più che mai».

 

2) L’esibizione di Sting

Emozioni forti. Come se fosse una novità. Una chitarra e la voce straordinaria di una vera e propria leggenda della musica, una dedica importante al giornalista americano James Foley, decapitato dai miliziani dell’Isis, l’atmosfera surreale e commossa che si respira per quei cinque minuti, i più intensi di tutta la serata, consegnano questo momento alla storia degli Oscar. The Empty Chair, brano scritto e cantato dallo storico frontman dei Police per il docu-film Jim – The James Foley Story, non vince la statuetta per la miglior canzone. Viene però da pensare che, se ci fosse una statuetta per la miglior esibizione live durante la cerimonia di assegnazione degli Oscar, Sting non avrebbe rivali. Forse la migliore di tutte le 89 edizioni.

 

3) City Of Stars

La canzone che invece riceve la statuetta è City Of Stars, dalla colonna sonora di LaLa Land, pluripremiato film del regista trentaduenne (il più giovane di sempre a essere premiato come miglior regista) Damien Chazelle. Nel cast del film anche la popstar statunitense John Legend, che alla serata del Dolby interpreta proprio City Of Stars. Parliamoci chiaro, John Legend non ha lo stesso fascino di Sting, né la stessa caratura. Però la canzone è davvero bella, così come la coreografia di ispirazione vintage/montmartriana, e tutta Hollywood ci si riconosce in pieno. E apprezza. E pensa a Emma Stone: «Our dreams have finally come true».

 

4) E il miglior film è…

Quest’anno il premio come miglior film lo hanno vinto in due. Sì, perché per un attimo il cast di La La Land si è coccolato la statuetta, salvo poi doverla passare con imbarazzo al cast di Moonlight, film drammatico di Barry Jenkins. Motivo? La busta con il vincitore che si è trovato tra le mani lo sfortunato Warren Beatty (annunciatore designato per quel premio) era la busta sbagliata. Pare fosse quella del premio assegnato a Emma Stone di La La Land, ma è giallo. Nel frattempo, Beatty se la cava come può: «Scusate. Il miglior film non è La La Land, ma Moonlight. Non è uno scherzo. Chiedo scusa a tutti voi e ai cast di Moonlight e di La La Land». Scuse accettate, Warren. Ognuno passa alla storia come meglio crede!

 

5) E gli italiani?

Niente di veramente memorabile: Mastroianni e Fellini non ci sono più da anni, e il 2014 de La Grande Bellezza è ormai lontano, anche se le aspettative attorno a Fuocoammare, bellissimo documentario di Gianfranco Rosi, erano ragionevolmente alte. Però, per amor di patria, non possiamo non parlare degli italiani in gara. All’Italia va uno dei premi che passano più inosservati. Se ad Halloween avete visto centinaia di Joker e Harley Queen, infatti, sappiate che è merito di due italiani (e un americano): il premio per il miglior trucco va a Alessandro Bertolazzi, Giorgio Gregorini e Christoper Nelson, per Suicide Squad, strepitoso blockbuster con protagonisti i cattivi della DC Comics. Il premier Gentiloni si è congratulato con i due make-up artist via Twitter, esprimendo anche il suo rammarico per Fuocoammare. Per quanto leggermente forzata e forse fuori luogo, importante la dedica di Bertolazzi agli immigrati: un modo per portare alla luce i problemi dell’Italia davanti a tutto il mondo.

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