Accessori, il riciclo è il nuovo trend

La vela della barca diventa una borsa. Firmata

La vela della barca diventa una borsa. Firmata
10 Giugno 2014 ore 07:45

Parliamo di borse. Fatte con cinture di sicurezza, immagini pubblicitarie, teli in pvc, vele di barca. Fatte con carta, cerniere lampo, copertoni, bottiglie di plastica, linguette delle lattine, buste del caffé. Da materiali di recupero ad accessori ricchi di stile e personalità. Portavoce di valori etici e morali. Un diario in cui rileggere la storia della precedente vita di quell’oggetto, una memoria che evoca la traccia di chi ha usato, posseduto e consumato quel pezzo. Questo racconto dà voce a tanti protagonisti.

Gli albori. In principio furono le eco-bags: borse in tessuti naturali che dovevano sostituire i tradizionali sacchetti di plastica. Poi sono arrivati il vintage e l’usato. Mercati, mercatini e negozi si sono riempiti di vecchie borse rimesse a nuovo. Un modo per evitare di buttare i vecchi accessori, facendoli tornare di moda. Infine è sopraggiunta l’idea della rinascita sotto altre spoglie, in cui – aguzzato l’ingegno e accesa la creatività – si sono viste borse fatte con vecchi dischi in vinile o con le confezioni usate di succhi di frutta. Si dice che non ci sia limite alla creatività, ma qualcuno lo ha superato.

Su larga scala. H&M è il primo brand di moda a lanciare su scala mondiale un progetto di raccolta di abiti usati, ai quali restituisce nuova vita. L’iniziativa prende il nome di Garment Collecting Project e consente ai clienti di portare i loro capi smessi, di qualsiasi marca e in qualsiasi condizione, in tutti i punti vendita H&M, in tutti i 54 Paesi in cui H&M è presente. Dalla primavera del 2013 ad oggi, H&M ha raccolto circa 5mila tonnellate di abiti, l’equivalente in fibra tessile di 25 milioni di t-shirt. Il video “The Breakup” racconta l’intero processo di raccolta e riciclo degli abiti.

Oggetti di culto per ex marinai. Dopo aver solcato i mari di tutto il mondo, che fine fanno le vele che non possono più essere utilizzate? Smaltire una vela, specie se da regata, non è semplice. Per l’attuale normativa una vela finita costituisce rifiuto pericoloso, da trattare in strutture apposite. Se in Kevlar o Mylar – materiali sintetici – esige ulteriori precauzioni perché, bruciando, produrrebbe diossine. Tenuto conto di tutto ciò un piccola ditta del Maine, 727 Sailbags, si è specializzata nel trasformare vecchie tele da barca in moderne borsette. Le misure sono solo tre e la lavorazione è esclusivamente a mano. Molti velisti famosi hanno scelto di sostenere l’azienda donando vele che cariche di gloria. In Italia, Beatrice Mascellani, architetto e interior designer, ha gettato l’ancora nel porto di Trieste e trasposto l’amore per il mare e per la vela in una collezione di borse. Si chiamano 1a1 a mano le sailing bag, nate dalle vele che hanno navigato, che si sono gonfiate con il vento, bagnate con la pioggia e l’acqua salata, scolorite con il sole e la salsedine.

Icone Urbane. GarbageLAB crea urban bags a basso impatto ambientale, giocando con l’idea di recuperare i teli in pvc con immagini pubblicitarie per sfruttarne il potenziale comunicativo e la bellezza delle figurazioni, nate appunto per essere d’impatto. A Milano le campagne di advertising cambiano ogni due settimane circa: un ritmo che genera un ricambio continuo, e dunque una varietà praticamente infinita di soggetti, identità e declinazioni delle borse. Le cinture recuperate dallo smaltimento delle automobili poi, saldate o intrecciate secondo svariati motivi, ricordano che devono essere allacciate sempre. Il progetto è stato ideato da Daniela Bravi, Francesco Macrì e Simone Colombo, tre trentenni con un passato da pubblicitari ospitati dall’incubatore di moda e design sostenibile Made in Mage di Sesto San Giovanni, presso gli ex Magazzini Generali Falck.

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Il mare, in borsa. Ecco una collezione di borse fatte con i tessuti delle sdraio e dei lettini da mare. Per questo si chiamano “Brandina”. Una dichiarazione d’amore al mondo marittimo che si ispira giocosamente ai lettini (le brandine, appunto) degli stabilimenti balneari delle spiagge italiane. Delle brandine, oltre al nome, vengono ripresi i materiali: tessuti lavabili, resistenti agli agenti atmosferici e all’usura, dall’aspetto irresistibile. L’idea nasce nel 2004, quando il patron del marchio, Marco Morosini pubblicò con Electa Mondadori un libro, DividiRimini, che aveva una sovracoperta realizzata con il materiale dei lettini da mare. Da lì all’idea delle borse il passo è quasi fulmineo. Nessun imprenditore locale voleva però farsi carico del progetto e così Morosini lo sviluppò con l’aiuto della sua compagna, l’architetto Barbara Marcolini, che cura e disegna tuttora i modelli. Il risultato è una linea di successo, capace di raccontare a chi la indossa un pezzo di storia d’Italia con originalità, proiettando l’orizzonte sul mare. Non a caso all’interno di ogni borsa prodotta a Rimini si trova una piccola busta trasparente contenente sabbia originale della Riviera e una foto d’autore che certifica l’originalità del prodotto.

Opere d’arte. La prima fu la Freitag. La Messenger Bag con cui tutto ha avuto inizio, ricavata da un telone di camion vintage. La preferita dei ciclisti urbani alternativi. Oggi nelle loro borse rivivono ogni anno 400 tonnellate di vecchi teloni di plastica dei camion, 150mila camere d’aria usate e 50mila cinture di sicurezza. Recentemente, ma solo per alcuni prodotti, hanno aggiunto anche il riciclo di airbags. La produzione è stata esternalizzata a una cooperativa che impiega disabili, ma il design e la selezione della materia prima si fanno direttamente in azienda, dove lavorano 130 dipendenti che producono 300mila pezzi all’anno. Sono i fratelli Markus e Daniel Freitag gli inventori delle borse Freitag (venerdì in tedesco), oggi famose in tutto il mondo, esposte al MoMa. L’originalità dei due fratelli svizzeri sta nella decisione di non camuffare in alcun modo il materiale utilizzato, per farlo sembrare nuovo. Anzi, le borse Freitag esibiscono pezzi di scritte e sghiribizzi del tutto asimmetrici, sfruttando i colori e anche le parti un po’ logore del telone, per costruire prodotti che sembrano quasi opere d’arte.
Poi sono arrivate le Italian for Italy: borse che parlano di rivoluzioni, amore, arte, devozione e che sono costruite con materiali trovati in giro per il mondo. Design unico, pezzi contati e materiali che raccontano una vera passione per il viaggio e per le storie. Realizzate interamente a mano da esperti artigiani che utilizzano materiali diversi tra loro: dai kilim vintage, fino alle camere d’aria dei trattori e alle coperte militari. Il concept alla base della collezione non è il semplice riciclo, ma un grande lavoro di ricerca per dare un nuovo senso e una nuova vita alla materia utilizzata.

Contenitori d’arte itineranti. Il progetto ecologico diventa artistico con le Borse Malfatte del Comune di Venezia.  La collezione Peggy Guggenheim, a Palazzo Venier dei Leoni, mette a disposizione per una nuova linea di Malfatte il materiale plastificato utilizzato per promuovere le mostre. Così le esposizioni viaggeranno idealmente per la città e per il mondo. Per creare una continuità tra moda e arte all’interno di ogni borsa c’è il catalogo di un’esposizione conclusa. Per dire che un evento prolunga nel tempo la carica storica e di ricerca che lo rende prezioso.

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