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Cocktail stories, il Martini L'icona del drink per eccellenza

Cocktail stories, il Martini L'icona del drink per eccellenza
Tendenze 27 Giugno 2015 ore 16:00

«Agitato non mescolato» avvertiva un affascinante James Bond rivolgendosi al barman che si vedeva costretto, suo malgrado, a seguire le indicazioni poco ortodosse del sicuro gentleman. Chi non conosce questa frase? La domanda è ovviamente retorica. Perché questa volta parliamo, più che di un cocktail, di un simbolo, o meglio, di un’icona che rappresenta il drink per eccellenza. E che è dotata di un potere evocativo legato in minima parte agli ingredienti e in via assoluta e definitiva alla tipica forma conica della coppa in cui è servito. E ancor di più, forse, al nome: Martini.

L’origine certa del nostro non l’ha scoperta mai nessuno, ma possiamo affermare con una certa sicurezza che ha fatto la sua prima apparizione su qualche bancone americano intorno al 1860. O almeno quello è il periodo in cui comincia a comparire nei ricettari dei bartender. Da allora non ha più smesso di essere sorseggiato, diventando un tratto caratteristico e indelebile della cultura americana. E c’è stato chi, con gelido sarcasmo, lo ha definito il massimo contributo americano alla cultura universale. Parola di Nikita Kruscev.

Niente di più semplice e complesso insieme. Gin (almeno in origine) vermut e un’oliva. Da qui sono scaturire le decine (forse centinaia) di variazioni, derivazioni, varianti ed eresie che hanno sperimentato distillati, vermut e contaminazioni, incontrando di moda in moda i gusti eleganti dei bon viveur. Artisti, uomini di spettacolo, attrici, politici e pensatori, nessuno ha resistito al fascino di un Martini. Un classico con cui ci si deve confrontare almeno una volta nella vita, ma ricordatevi, se ci prendete gusto, il monito di Rick Fishman: «Un Martini è come il seno di una donna: uno non è abbastanza e tre sono troppi».

 

Martini Dry

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Questa è probabilmente la versione più conosciuta e bevuta al mondo. Gin,  vermut bianco e l’immancabile oliva. Non serve altro per preparare il più classico dei classici. Chiaro, schietto, e servito nell’elegante bicchiere che ha il potere di rendere affascinante e carismatico chiunque lo porti alla bocca. Il Martini perfetto è secco e deve essere sorseggiato ascoltando del jazz. Per quanto riguarda l’oliva poi, nessuno che abbia provato ad assaggiarla insieme a un sorso del drink potrà avere dubbi su questo accostamento. Perfetto.

 

Martinez

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Qui la questione si fa complessa e si rischia di inciampare nella vecchia storia dell’uovo e della gallina. C’è di dice che sia il progenitore del nostro Martini  nella sua forma classica, ovvero dry. La leggenda narra che gli ospiti del Occidental Hotel di San Francisco alla fine dell’Ottocento usavano sorseggiare questo drink in attesa del traghetto che li avrebbe portati nella vicina città di Martinez. A noi poco importa. Basta sapere oltre al gin, questa volta, il vermut è dolce e compare un nuovo ingrediente: il maraschino. Il sapore secco del distillato si nasconde e il Martini sfodera il suo lato più femminile e sensuale.

 

Vesper

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È il nome di una donna. Vesper Lynd. E non si tratta di una donna qualunque bensì di una bond girl (la bond girl per eccellenza, quella di cui lo 007 si innamora per davvero). Questa ormai storica versione del Martini appare la prima volta nel 1953, dettato direttamente James Bond (e quindi Ian Fleming) nel settimo capitolo di Casinò Royale, dove indica con maniacale precisione all’ammiccante barman gli ingredienti e la preparazione per poi dedicarlo alla sua affascinante ospite, Vesper. Gin, ovviamente, vodka e un tocco di Lillet (un raffinato vermut del Bordeaux). Il tutto servito in una coppa di champagne ghiacciata. Fu proprio allora che pronunciò la frase divenuta immortale: «Agitato, non mescolato».

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