Tendenze
Una nuova stagione

Cambiamento climatico e smart working fanno rinascere le nostre montagne

Enzo Valenti, cronista storico delle nostre valli, è ottimista: «È cominciato un ripopolamento». L'importanza dell'economia tradizionale

Cambiamento climatico e smart working  fanno rinascere le nostre montagne
Tendenze Val Seriana, 09 Luglio 2022 ore 09:11

di Paolo Aresi

Ci stiamo avvicinando alla grande riscossa della montagna, per decenni trascurata, in molti casi abbandonata. La rivincita non avverrà a causa di aiuti economici, di scelte politiche lungimiranti o di una improvvisa rivoluzione culturale. No, avverrà a causa del clima. La montagna, anche quella bergamasca, è destinata a ripopolarsi perché la gente non ne può più di queste estati torride, di questa aria in cui è difficile respirare. Decisivo sarà Internet: tanti lavori si possono e ancora più si potranno fare da casa. La trasformazione è già iniziata. Ne abbiamo parlato con Enzo Valenti, giornalista, storico collaboratore de L’Eco di Bergamo, che ha trascorso tutta la vita in Alta Valle Seriana, seguendola, per ragioni giornalistiche, a partire dalla fine degli anni Cinquanta.

Esiste ancora un’emergenza montagna?

«Per ora sì, ma le cose stanno cambiando. Adesso ci vuole una volontà politica, una spinta economica. Comunque siamo ancora in una situazione non facile, basta guardare i dati dell’Alta Valle Seriana, per non parlare di quella Brembana. Valbondione, nel 1961, contava 1.910 anime. Oggi sono 978. Gandellino è sceso da 1.273 a 1.000 abitanti. Valgoglio è passato da 729 a 586 persone, Gromo da 1.738 a 1.209, Ardesio è rimasto abbastanza stabile, Oltressenda Alta è sceso da 324 a 145 residenti. Tuttavia se guardiamo gli ultimi anni notiamo che questo calo si è quasi fermato».

La montagna sta cambiando. In che direzione?

«Ci sono delle avvisaglie, ci sono persone giovani che vengono a vivere in valle, lasciano la città. Alcuni lavorano qui, da casa. Sono persone che cercano una dimensione di bellezza, di calma, dal punto di vista climatico, ma non soltanto. Tuttavia sì, l’esplosione del cambiamento climatico favorisce la montagna, anche se pure quassù se ne pagano le conseguenze. Basta guardare quello che è successo in Marmolada, oppure si pensi alla scomparsa del più grande ghiacciaio delle Orobie, quello del Trobio, che molti chiamano del Gleno».

Chi sceglie di trasferirsi nelle terre alte?

«Tanti sono professionisti, altri sono impiegati in uffici pubblici. Non sono in grado di dare dei numeri, però penso si possa parlare dell’inizio di un fenomeno vero e proprio. Aggiungo una cosa importante: il patrimonio di seconde case di parte della montagna bergamasca verrà in soccorso di questa nuova tendenza. Per ora è soltanto un rivolo, ma diventerà un torrente».

Allora la montagna non sarà il luna park della città?

«Questa faccenda del luna park è cominciata negli anni Ottanta, più o meno con l’idea del Parco delle Orobie. C’è sempre stato un equivoco, difficile da superare: la montagna come parco della città, “imbalsamata” per diventare riserva naturale dei cittadini. Oppure la montagna come parco per i montanari e i cittadini, cioè per tutti; in questo secondo caso, il parco sarebbe stato un modo per proteggere la montagna dall’assalto degli speculatori, e sarebbe stata una gran buona cosa. Alla fine si è creato un precario equilibrio fra questi due aspetti, alle volte ha prevalso quello».

Che cosa è la montagna?

«La montagna bergamasca ha una storia di secoli e secoli, abbiamo siti archeologici del primo millennio avanti Cristo, a Parre o sopra Carona, per esempio. La montagna è il silenzio, sono i boschi, sono le rocce, sono i paesi. È la gente che ci vive e ci lavora. Con tutto quello che significa. Le attività economiche tradizionali della montagna sono state penalizzate negli ultimi sessant’anni. Io ricordo bene l’economia degli allevamenti, degli alpeggi, dei boscaioli, anche quella delle miniere. Il bosco era una risorsa, i prati erano una ricchezza. Ancora oggi esiste il diritto al “pascolino” che deriva dagli statuti medievali, sono prati dove si possono portare liberamente le bestie al pascolo. Nella zona di Gromo, per esempio, il “Pascolino” si trova agli Spiazzi. Questa economia della montagna deve riprendere in chiave moderna». (...)

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