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C’era una volta Vogue, cioè la moda La stroncatura totale del Daily Mail

C’era una volta Vogue, cioè la moda La stroncatura totale del Daily Mail
Tendenze 20 Agosto 2015 ore 17:24

Potremmo iniziare questo articolo dicendo, semplicemente, che c’era una volta Vogue, ma sarebbe scorretto. In realtà Vogue c’è ancora e ci sarà ancora a lungo visto gli ottimi risultati che sta portando a casa mese dopo mese. Ma a dedicare un sentito e tagliente coccodrillo alla rivista di moda per eccellenza in tutto il mondo è niente di meno che il Daily Mail, ovvero il quotidiano britannico tra i più noti al mondo sin dall’anno della sua nascita, il 1896. Insomma, un vero scontro tra titani dell’editoria in cui, però, a uscirne con le ossa rotte è solo uno: Vogue.

[Il numero di settembre 2015 di Vogue British]

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Il 13 agosto, infatti, Sarah Vine, giornalista gallese di costume e società, ha deciso di sfogarsi sulle pagine del quotidiano britannico, scrivendo un’accorata e certamente non delicata critica dell’attesissimo numero di settembre di Vogue British. In tutte le sue edizioni sparse per il mondo, infatti, il numero di settembre della rivista è quello dedicato alla moda autunno-inverno, quello che andrà a dettare i gusti delle fashion-addicted nascoste ai quattro angoli del globo. Una sorta di Bibbia modaiola, che spesso supera facilmente le 500 pagine. E il problema sta proprio qui: se queste 500 pagine fossero zeppe di foto, reportage e consigli di stile, niente da ridire. Ma, come sottolinea la Vine nel suo articolo, oramai Vogue è diventata «poco più di un cartellone pubblicitario dalle dimensioni di un tavolino da caffè. Non deve più compiacere un pubblico esigente, ma contratti pubblicitari da diversi milioni di sterline e le persone che ci sono dietro». Delle ben 458 pagine del numero di settembre britannico, appena 144 presentano veri e propri articoli e «presunti editoriali», mentre le restanti 314 pagine sono… pubblicità. Solo e soltanto pubblicità.

[Il numero di agosto 2015 di Vogue Italia]

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La solfa non cambia quando prendiamo in mano e sfogliamo Vogue Italia, che dopo il boom di lettori degli anni ’80 è oggi più un oggetto di culto per collezionisti e appassionati che una rivista portatrice di novità. Il vero trionfo di questo magazine sta nel settore commerciale. Dal punto di vista giornalistico, invece, Sarah Vine definisce la rivista «un incidente d’auto». Non proprio un complimento. L'obiettivo, infatti, sarebbe quello di “istruire”, o comunque informare, su quello che di bello e artistico offre la moda. Ma oggi, al genio di Dior e al brio di Saint Laurent, sono subentrati stilisti «non eccezionali, anche se si comportano da giganti. Sono tipi strani, mostri, emarginati, che fanno trionfare le pubblicità sui contenuti». Il Daily Mail si riferisce a «uomini come John Galliano, recentemente accolto nell'ovile moda dopo essere stato accusato di antisemitismo; narcisisti come Karl Lagerfeld, che disprezza apertamente e dichiaratamente le donne; megere terrificanti come Donatella Versace; matte da legare come Vivienne Westwood». Rimangono solo fugaci lampi del genio che fu, cioè «bei vestiti di Giorgio Armani (abiti sublimi, gonne di un verde meraviglioso, giacche così ben tagliate da portarti quasi alle lacrime) e uno splendido abito Diane Von Furstenberg», a cui viene affidato il compito, assai ingrato, di ricordare ai lettori cos’era la vera moda.

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Tutto questo è inserito in un contesto, quello dell’alta moda, sempre più slegato dalla realtà quotidiana. Leggere l’edizione di settembre di Vogue British significa entrare in un microcosmo dal valore di circa 500mila euro: a tanto, infatti, ammonta il costo complessivo degli abiti pubblicizzati nel numero. Una media superiore ai mille euro per singola pagina. Uno sproposito, sublimato dalla giacca di Chanel in organza della prossima stagione (a 46.700 euro), dal soprabito di Paco Rabanne a 4.900 euro, fino a giungere all’outfit «scarpe ortopediche da laboratorio, maglione sformato e gonna che sembra l’involucro di una scatola di cioccolatini di “Quality Street”. Tutto per il prezzo speciale di £ 8.735 (più di 12mila euro), escluse le scarpe. Quelle costano £ 530 (750 euro)». Un elogio dello sperpero, che nell’era di Internet ha sempre meno senso di esistere. Oggi, infatti, la vera moda, quella che le adolescenti di tutto il mondo seguono, conquista cuori (e denari) sui nuovi canali dei social e dei micro-blog di moda, dove giovanissime fashion blogger, dalla cameretta di casa, propongono abiti targati H&M, Zara, Pull & Bear e via dicendo, cioè ciò che, alla fine, realmente comprano e indossano le persone “normali”.

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Il Daily Mail, in altre parole, accusa Vogue di peccare non più solo di snobismo, non solo di essere oramai una nicchia (quella giornalistica) nella nicchia (quella dei consumatori disposti a spendere anche 46.700 euro per una giacca), ma anche di dare risalto a un sistema distorto: «La vera perversione della moda, il vero abuso commerciale e intellettuale, è la creazione di oggetti di tale, squisita, bruttezza. Non solo vuole diventare il nostro culto religioso. Vuole farci andare in giro imbavagliate come idiote e farci alzare il naso come fossimo delle privilegiate». Da potenza del settore, in grado di creare o distruggere una carriera, e voce unica per un pubblico di lettori affamati di novità, Vogue è diventata una semplice rotella nell’ingranaggio della grande macchina della moda. Quindi sì, effettivamente Vogue c’è ancora, ma per come lo conoscevamo noi c’era una volta e, forse, non ci sarà più.

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