Con alcuni scatti di celebrities

Il fenomeno selfie, un’analisi

Il fenomeno selfie, un’analisi
10 Novembre 2014 ore 10:11

Pronti, sorriso, postato: e selfie è fatto. Sembra un normale autoscatto ma la differenza sta nella terza, fatidica mossa: la condivisione. In un attimo, quell’immagine diventa social, inserita nei circuiti di Facebook, Twitter, Whatsapp, Pinterest, Viber ed altri della stessa risma, in uso soprattutto tra i giovanissimi dove spopolano scatti di volti sorridenti tra amici, di volti single e di pose sexy ed ammiccanti. Siamo solo all’inizio del fenomeno selfie, dichiarano gli esperti: oggi appena una persona su quattro si relaziona con un mezzo social ma entro il 2017 gli utilizzatori mondiali potranno superare i due miliardi e mezzo.

Un’epidemia e uno studio. Che non è una vera e propria malattia, ma che appare comunque contagiosa e dalle diverse sfaccettature sia relazionali che psicologiche. Almeno stando ai dati emersi da una recente indagine della Fondazione IBSA per la ricerca scientifica e dell’Università Cattolica di Milano condotta fra 150 giovani di cui il 35 percento maschi e il 65 percento ragazze, con età media di 32 anni, intervistati tra agosto e ottobre 2014 virtualmente – per non distrarsi dall’intento – con il Big Five Inventory. Un questionario anagrafico comprendente anche informazioni sull’utilizzo di social media, sulla personale attività del selfie e sulle motivazioni associate ad esso, con tre obiettivi: capirne la moda dilagante, cogliere le eventuali differenze nella pratica degli scatti tra i due sessi, scoprire le ragioni che spingono a ritrarsi soli o in compagnia e a postarsi. Rivelando realtà e emozioni inaspettate.

Le motivazioni dei selfie. Sembrano, di primo acchito, innocue. Perché li si fa per far ridere e divertire gli altri, per raccontare con le immagini un momento della propria vita, ovvero con chi si è, dove e cosa si sta combinando. Insomma, offrendo al mondo l’immagine esteriore di sé migliore. Ma ecco che, alla fine, seppure meno giovani lo confessino o ad ammetterlo siano soprattutto le ragazze, farsi un selfie è anche questione di vanità: per fare capire come ci si sente, come si è (realmente?) e per sperare di ricevere commenti soprattutto positivi dagli amici sui social network, palesando in maniera seppure virtuale un mondo di sensazioni interiori da colmare.

E qui si svela anche l’aspetto psicologico e socio-relazionale dei social media, che a poco a poco stanno diventando il moderno cortile dell’odierna società: un luogo di aggregazione fittizio, sostituendo l’aia dove nel passato le persone si ritrovavano in carne e ossa, facilitato dal fatto che di questo spazio collettivo oggi si può disporre a casa propria, come in qualsiasi altro altrove, in qualunque momento alla luce del sole o sotto le stelle, senza limitazioni o obblighi di rispetto delle convenzioni.

Un aspetto però sul quale riflettere, perché con le nuove tecnologie, dicono gli esperti, si sta instaurando e incrementando una relazione più affettiva: smartphone, iPhone o iPad sono lo strumento principe per andare su internet, connettersi con il mondo vicino e lontano in una maniera che ha del rassicurante, che annulla le difficoltà di relazione e inibizione poiché mette una barriera tra sé, l’altro e tutto ciò che vi è di conosciuto o sconosciuto. Con un impatto anche sull’individualità dei nativi digitali o dei suoi utilizzatori.

Il profilo del selfisti e anche no. Chi fa selfie abitudinariamente sembra avere una personalità significativamente più estroversa, entusiasta, caratterizzata da elevate capacità sociali e con la voglia di mostrare agli altri “come si sente”; chi non si mette di frequente o affatto davanti all’obbiettivo dello smartphone di norma è più coscienzioso, cauto e capace di controllarsi, con la tendenza a pianificare le proprie azioni piuttosto che ad agire di impulso e mostrandosi generalmente poco interessato ai commenti degli altri, positivi o negativi che siano, ai propri sporadici selfie. Poi, in queste due chiare posizioni si inserisce l’ultima: il praticante di selfie ma con un fondo di instabilità emotiva, che lo porta a provare emozioni tendenzialmente negative, come rabbia e tristezza, sovente diffidente nei confronti degli altri e preoccupato dalla possibilità di ricevere commenti negativi.

Tirando le somme. Il selfie sembra stare affermandosi come una vera e propria forma di espressione della personalità, specie giovanile. Tuttavia va anche considerato il fatto che spesso è l’interazione tra tecnologia e società ad incoraggiare certe forme di comportamento, auto-espressione e comunicazione e a scoraggiarne altre. Allora viene da chiedersi: sarà un approccio socio-relazione delle new generation digitali reale o solo un fenomeno virtuale?

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