Ora la patria si sceglie

Il giocatore che ha cantato due inni nazionali

Il giocatore che ha cantato due inni nazionali
12 Giugno 2014 ore 09:47

Nella gara di apertura dei Mondiali, Brasile-Croazia, l’attaccante dei balcanici Eduardo era in panchina. Le telecamere però si sono soffermermate su di lui nei minuti iniziali della partita: la madre del giocatore aveva infatti annunciato che suo figlio, nato in Brasile ma divenuto croato dopo aver giocato per la Dinamo Zagabria sin dall’età di 16 anni, avrebbe intonato entrambi gli inni nazionali, dato che si sente «croato per lavoro, ma nel suo cuore è brasiliano». Un particolare che ha reso il match inaugurale della Copa do mundo ancora più interessante, poiché a mente si fatica a trovare negli annali un precedente a un episodio simile. E l’animo di Eduardo, conteso tra le due bandiere, diventa l’emblema di un mondo sportivo che cambia sempre di più, dove sempre più spesso qualche calciatore ha la possibilità di scegliere a quale patria appartenere.

I Mondiali di Brasile 2014 saranno prepotentemente dominati da questo fattore: il mondo si evolve, la gente gira e le mescolanze di sangue e storia si affacciano anche negli stadi. E se per tanti la maglia della propria terra di nascita rimane un vessillo che si aspetta di vestire con orgoglio, per qualcuno diventa un’opzione tra le altre, da scegliere tra convenienze di posto e ambizione. È, ad esempio, quello che ha fatto Diego Costa, talentuosa punta dell’Atletico Madrid: brasiliano, per due amichevoli ha vestito il verdeoro nel 2013, salvo poi decidere di arruolarsi per la Spagna di Del Bosque, la nazione dove «ho realizzato tutto quello che ho fatto». Le regole della Fifa gli danno ragione: tecnicamente un giocatore può scegliere di giocare per un determinato Stato se vi ha vissuto per almeno 5 anni di fila dopo i 18 anni, e un’eventuale scelta diventa irrevocabile solo in seguito a convocazioni di gare ufficiali. Inutile soffermarsi sulla rabbia dei brasiliani, che hanno etichettato Diego Costa come “persona non gradita”, come accadde nell’82 a Paolo Rossi, ovviamente per altre ragioni.

In casa Italia invece i giocatori che possono vantare origini diverse crescono, anche se in Brasile avremmo potuto vederne di più: a Balotelli e Thiago Motta si è aggiunto il solo Gabriel Paletta, portato da Prandelli dopo l’anno ottimo al Parma, sebbene nel 2005 avesse giocato il Mondiale Under 20 con l’Argentina. Nel gruppo dei pre-convocati c’erano però anche Romulo (nato in Brasile) e Rossi (nato negli Stati Uniti), ora esclusi al pari di Osvaldo (Argentina) e Ogbonna (figlio di genitori nigeriani). Ma l’Italia vanta una tradizione di stranieri che hanno scelto l’azzurro decisamente ricca: tutti ricordano gli oriundi degli anni Sessanta, Sivori, Angelillo e Maschio, non del tutto convincenti però quando giocarono per l’Italia. Andò meglio, in anni più recenti, a Mauro German Camoranesi: fu parte del gruppo azzurro che vinse i Mondiali del 2006, eppure non fece mai segreto di aver scelto l’Italia per convenienza; tantomeno si scompose quando i critici lo attaccavano poiché non cantava l’inno nazionale.
Tornando però al Mondiale brasiliano, il caso più clamoroso è quello di Adnan Januzaj, giovanissimo gioiello del Manchester United, 19enne esploso in questa stagione affascinando mezzo mondo. Il ragazzo poteva scegliere addirittura la divisa di 5 nazionali diverse: il Belgio dove è nato, l’Inghilterra dove gioca, la Turchia dove ha origine la madre, l’Albania dove è nato il padre, e infine anche il Kosovo, nazionale riconosciuta da poco e da cui, nello specifico, la famiglia è fuggita negli anni Novanta per scappare dalla guerra e riparare a Bruxelles. Tutti attendevano che Januzaj scegliesse l’Inghilterra, invece qualche mese fa l’annuncio a sorpresa del ct del Belgio Wilmots: «Ha scelto noi». L’allenatore non se l’è fatto dire due volte e lo ha convocato per i Mondiali, andando ad arricchire un gruppo già fortissimo e costruito su tanti calciatori di etnie varie, figli del colonialismo belga o dell’immigrazione più recente.

Già, l’immigrazione. Un’arma che ha saputo sfruttare alla perfezione la Svizzera, altra nazionale che punta a giocare il ruolo di sorpresa al Mondiale. Tra i 23 che Ottmar Hitzfeld ha convocato ben 17 hanno cognomi che tradiscono la loro origine tutt’altro che cantonale. Inler, ad esempio, ha giocato pure per le nazionali minori turche, mentre folto è il gruppo degli “albanesi”: Behrami, Dzemaili, Shaqiri e Xhaka. Dai Balcani vengono anche Seferovic, Gavranoci e Drmic, mentre Gelson Fernandes è nato a Capo Verde. Senderos è mezzo spagnolo, Djourou ivoriano. Una nazionale multietnica e assai amata in patria, sebbene, paradossalmente, lo scorso febbraio la Svizzera abbia votato proprio per introdurre un tetto all’immigrazione. In quell’occasione il quotidiano Die Welt pubblicò un’immagine abbastanza eloquente: erano visibili solo 4 giocatori della rappresentativa svizzera pronta a scendere in campo. Gli altri, quelli di origine straniera, erano stati cancellati, quasi a voler far vedere gli effetti di quel provvedimento.

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