Le indagini di Wired, Newzoo e Key4biz

Corsi di laurea in videogiochi Sembra assurdo, ma non lo è

Corsi di laurea in videogiochi Sembra assurdo, ma non lo è
03 Luglio 2014 ore 17:15

L’Università degli Studi di Milano ha prodotto il 1 luglio 2014 , il New Game Designer 2014, per promuovere un nuovo Corso di Laurea in videogiochi che partirà il prossimo ottobre .
Gian Marco Zanna, producer di UbiSoft – il terzo produttore mondiale di videogiochi e partner di .unimi (su internet, il dominio dell’Università di Milano), nonché sponsor dell’evento – ha detto: «Con questo corso di studi ci avviciniamo finalmente alla situazione di altri Paesi, dove il collegamento tra atenei e industria dei videogiochi è più facile, immediato, costante».
Andrea Scambia, ventiquattrenne studente del corso in Online game design (già attivo da qualche anno) nonché uno dei creatori di Just Dance, il videogioco più venduto al mondo, non ha resistito al desiderio di mandare, come si dice, un appello: «Ai ragazzi che hanno il pallino dei videogame dico di formarsi in modo mirato, perché solo studiando possono capire se quel lavoro può interessarli o meno. Programmare o disegnare videogiochi non è come giocare. È un mestiere impegnativo».

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L’incredibile mercato dei videogames. Di cosa stiamo parlando?  «Videogiochi, mercato da 86 miliardi di dollari entro il 2016» è il titolo di un articolo di Wired.it – molto attenta a certi fenomeni – che richiama un’indagine di Newzoo.com.
Il riassunto dell’articolo: «Il settore “casalingo” continua dominare il mercato, ma il mobile gaming cresce a tassi vertiginosi: l’indagine di Newzoo». Significa che per ora si gioca soprattutto in casa –  e quindi con devices (“dispositivi”; più popolarmente: aggeggi) ingombranti come computer o console. Ma che tra qualche mese tutti giocheranno sul telefonino o sul padlet.
Altro dato, da Key4biz.it: «Videogiochi, mercato delle console a quota 35 miliardi di euro nel 2016». Corrisponde, perché quello delle console «rappresenterà il 42,6% del mercato globale dei videogiochi».
Key4biz (che nel linguaggio pseudo cifrato degli addetti significa “chiavi per capire dove va il business) scrive per quelli che vogliono sapere se conviene o no investire sulle console. E li rassicura: «Secondo previsioni di IDATE, il segmento delle console durerà ancora a lungo nel panorama del gaming, […] nonostante l’avvento del cloud».
IDATE scommette dunque sul fatto che –  ancora per qualche tempo – i consumatori continueranno a preferire (perché più sicuri) i dispositivi massicci, che pensano di poter controllare da cima a fondo, agli “aggeggi” che dipendono da qualcosa (il cloud, la rete) che non si sa bene dove stivi le informazioni e che cosa faccia. Magari da un momento all’altro qualcuno decide di chiuderla. Ovviamente non è così, ma qualcuno, per un certo tempo, continuerà a non fidarsi.
Per un mercato tanto promettente – hanno pensato quelli del New Gamer Design – bisognerà (sarà utile, sarà opportuno e conveniente)  preparare operatori all’altezza. Anche preparare operatori può essere un business, anzi: un biz. E hanno pensato bene: l’Italia è il quinto mercato europeo del settore, se si considerano i consumatori. È molto più indietro in classifica se si guarda ai produttori. Meglio ancora, dunque, per chi vorrà cimentarsi in questo campo ricchissimo.

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I videogiochi sono ovunque. Che, sarà bene dirlo subito, non riguarda soltanto i videogiochi nel senso ristretto del termine. Nella nostra epoca digitale le competenze che si acquisiscono imparando a progettare un videogioco possono essere impiegate (e quindi vendute) anche altrove: nel cinema, ad esempio.
Da Avatar in poi – e tutti hanno visto Avatar –  il cinema è sempre più un videogioco non interattivo. Quando si entra in una sala dove proiettano un film in 3D, si è in presenza di un altro videogioco non interattivo. Ma non solo: la gran parte delle scene di pellicole (!) con attori “veri” sono virtuali, come quelle dei videogiochi. Per non parlare di quel che fanno la Dreamwork o la Pixar. Insomma: il mercato dei consumatori è già imponente, ma quello del lavoro –  per chi sta dall’altra parte, cioè – lo è forse ancora di più.

Basteranno i pc dell’Unimi? Un’ultima osservazione: l’Università di Milano fa benissimo ad aprire il corso per i Game Designers. Ma nelle dichiarazioni degli intervenuti all’evento non si trova alcun riferimento ad un elemento strategico in questo campo: la potenza di calcolo (la potenza dei computer) necessaria per la realizzazione delle opere.
James Cameron –  il regista di Avatar –  ha utilizzato per le sue animazioni una potenza di calcolo da mandarci sulla Luna un centinaio di missioni spaziali, per intenderci. E oltre alla potenza è necessaria una capacità di produrre software (per gestirla, la potenza) che in Italia non c’è. Meglio così: se il corso avrà fortuna qualcuno si dedicherà anche a questo aspetto della produzione. Un effetto collaterale molto, molto benefico.

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