«La mia ragazza è grassa come te!»

Pensieri segreti di una commessa Breve antologia di clienti insensibili

Pensieri segreti di una commessa Breve antologia di clienti insensibili
12 Settembre 2019 ore 09:07

Oggi vorrei porre l’attenzione sull’empatia, l’educazione e la sensibilità dei nostri clienti. Hai voglia tu di cercare di capirli e di entrare in connessione con loro; a volte bisognerebbe essere psichiatri invece che commesse. Vi esporrò una raccolta delle migliori frasi che mi è capitato di udire in prima persona e non.

  1. Il cliente indeciso ribalta il mucchio di magliette alla ricerca di una taglia che probabilmente non sa e non ha mai saputo. Io commessa mi avvicino per offrire il mio aiuto, lui si gira raggiante e per un attimo tu credi di poter essere davvero utile a qualcuno: «Ah cercavo una maglietta per mia moglie e tu mi puoi aiutare, è grassa come te!». Si sfogherà sul cibo per sopravvivere al suo tatto, immagino. Ma potete stare certi che gli darò una taglia sbagliata.
  2. Altri uomini sensibili ne abbiamo? Certo: «Buonasera, mi serve un regalo per la mia ragazza». «Certo, che cosa le piace?». «Eh non lo so, lo saprai tu cosa piace alle donne no?». Caro signore, non so cosa piace alle donne (tutte uguali poi, giusto per non essere sessisti), ma mi chiedono come facciano a piacere loro gli uomini come te.
  3. Entra una cliente magrissima e mi chiede aiuto per una camicia scollata. Come portatrice sana di seno so bene che le camice scollate hanno più senso se in quello scollo ci si può intravedere qualcosa. Perciò cerco di dirottarla su una camicia diversa che sia «adatta al suo fisico» (leggi “per le tavole da surf”). Dopo averla provata si convince e mi ringrazia così: «Be’, sì, effettivamente è meglio così, chissà tu che disagio con tutte quelle tette». Eh già, pensi che c’è pure chi va dal chirurgo plastico per farsi impiantare del disagio artificiale. Genio.
  4. Variante sul seno, che pare sia un argomento dove non si va per il sottile. Donne prosperose in cerca di reggiseno e che solitamente vorrebbero trovarlo senza provarselo. «Bellissimi questi modelli, ma non c’è mai la mia taglia, tu ne saprai qualcosa», dice la matrona ammiccando nella mia direzione. «Veramente signora io ne trovo parecchi modelli qui», rispondo pregustando già la vendita. «Ah davvero? – raggiante -. Beh allora se li trovi persino tu andranno bene anche a me!». Per la cronaca, non sono maggiorata io, sono loro che hanno una percezione distorta delle cose.
  5. Una mia collega di origine senegalese, ma nata in Italia, cittadina italiana e con un perfetto accento bergamasco, serve una signora, poi la fa avvicinare alla cassa e la lascia a me che in quel momento sto battendo gli scontrini. La signora tutta contenta per il servizio ricevuto la ringrazia caldamente così: «Grazie, sai (intanto chi ti ha autorizzato a darle del tu, l’apartheid?), adesso è meglio che paghi a lei che magari tu non capisci bene la lingua». Non le spiegherò che il sistema numerico è uguale pressoché in tutto il mondo e che comunque i soldi li sanno usare tutti. Non le farò nemmeno notare che era mezz’ora che parlava in perfetto italiano-bergamasco con la mia collega “scura”. Ma posso benissimo parlarle con accento straniero.
  6. Altra collega visibilmente straniera ma abile parlante di italiano (che è comunque un prerequisito per venire assunti dai negozi, non state mica facendo shopping al mercato nero di Rio) che sta in cassa. Il cliente in questione vuole restituire a tutti i costi un prodotto che ha comprato durante il Risorgimento e che quindi non è eticamente restituibile. La commessa gli spiega gentilmente e in italiano fluente che non è possibile. «Guarda, sicuramente è un problema di comprensione, tu non capisci la mia lingua». (Sempre questo “Tu” gratuito da latifondista inglese). La risposta da Oscar della mia collega: «Sicuramente qui qualcuno non capisce… la buona educazione». Il cliente italianissimo, però, non ha compreso e ha voluto parlare con me. Non gli ho cambiato niente, tranquilli.
  7. I pregiudizi razziali sono i miei preferiti. Una signora visibilmente ricca viene servita da una commessa araba. Prima di uscire si avvicina con atteggiamento da madre Teresa, le fa una carezza sulla guancia (immaginate la faccia della mia collega) e dice: «Per fortuna che lavori bene, così potrai sempre dar da mangiare ai tuoi bambini». Nessuno è riuscito a risponderle che lei in realtà odia i bambini e abita da sola con il suo cane. Eravamo ancora impegnate ad analizzare la quantità di luoghi comuni contenuti in una sola frase. Evidentemente il mito del buon selvaggio è duro a morire.
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