specialisti in future studies

Quelli che prevedono il futuro (ed è un lavoro serio e affidabile)

Quelli che prevedono il futuro (ed è un lavoro serio e affidabile)
08 Novembre 2017 ore 09:20

Cosa succederà al business di Uber nel giro di 20 anni? Ci sarà un cloud di informazioni che saprà cosa vogliamo prima ancora che noi ne siamo coscienti? L’intelligenza artificiale sostituirà i colletti bianchi? Quando più di cinquant’anni fa un autore britannico affermò che nel giro di decenni le persone avrebbero potuto comunicare istantaneamente da luoghi molto lontani, in tanti archiviarono le sue previsioni come supposizioni infondate di un autore di fantascienza. Oggi, invece, Sir Arthur Clarke farebbe forse un altro mestiere. Non avremmo 2001: Odissea nello spazio (che scrisse nel 1968) ma probabilmente lui sarebbe stato un futurologo di fama mondiale.

 

 

Prevedere il futuro, seriamente. Come fece Clarke, infatti, i futurologi immaginano il mondo nel quale vivremo tra venti o trent’anni. Non sono, però, autori di fantascienza, né professionisti del mondo esoterico. Sono, piuttosto, analisti che, usando metodologie rigorose e confrontando opinioni di esperti con trend sociologici, economici e politici, propongono possibili scenari futuri. Scenari che i futurologi, meglio detti “specialisti in future studies”, elaborano utilizzando conoscenze in campi multi-sistemici e un approccio interdisciplinare, basato su variabili specifiche e su assi di incertezza fondamentale. Un lavoro che si avvale di conoscenze non solo tecnologiche, ma soprattutto sociologiche ed etnologiche. Per capire il futuro, insomma, bisogna prima conoscere le persone. Altrettanto vero, però, è c’è bisogno di immaginazione. Per questo, pur restando degli analisti, spesso i futurologi si servono della collaborazione di scrittori di fantascienza, che li aiutano nell’elaborare gli ambienti sociali ed economici che potrebbero svilupparsi come conseguenza dello sviluppo delle tecnologie attuali.

 

 

Una miniera per le aziende. I future studies sono quindi una miniera per le aziende che cercano di prevedere il comportamento dei consumatori. Sono tante, infatti, quelle che ormai impiegano stabilmente futurologi. Tra queste anche Volkswagen, Ford, Ibm, Hershey’s e Intel, che li utilizzano non per prevedere quali tecnologie utilizzeranno gli utenti tra qualche anno, ma per cercare di capire i contesti futuri, così da poter preparare il management a tutte le possibili evoluzioni del mercato. Tante sono anche le organizzazioni che si occupano esclusivamente di future studies, come la World Future Studies Federation, un think thank partner dell’Unesco che guarda al futuro da quarant’anni, oppure i Centri per la Scienza e l’Immaginazione che stanno nascendo in molte università a livello mondiale. In Italia, ad esempio, l’Università di Trento ha una cattedra in Anticipazione, che collabora con l’Italian Institute for the Future, un’organizzazione no-profit che si propone di elaborare previsioni sul futuro e promuovere politiche sostenibili e di lungo termine.

 

 

Previsori di scenari possibili. È stato italiano, del resto, uno dei primi gruppi di lavoro sui future studies. Nel 1973, infatti, il Club di Roma, un sodalizio di docenti, industriali e politici presieduto da Aurelio Peccei, commissionò al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston uno studio sull’esaurimento delle materie prime fondamentali, dal quale emerse il corretto scenario di penuria che stiamo constatando negli ultimi due decenni. Scenari macro per simulare come potrebbe essere il mondo in pochi anni, così come previsioni micro per capire come un certo business potrebbe evolversi. Lontani dall’esoterismo, i futurologi verificano strategicamente le possibili evoluzioni socio-economiche della società, strutturando piani di azione che permettano di adattarsi agli scenari futuri, o, meglio ancora, di influenzarli a proprio vantaggio.

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