O portmanteau words

Tutti usiamo le parole macedonia Sì, ma cosa sono esattamente?

Tutti usiamo le parole macedonia Sì, ma cosa sono esattamente?
Tendenze 01 Febbraio 2016 ore 02:45

«Su, andiamo all’apericena, che se no si fa tardi. Dai, lascia stare quel mapo!». «Come? Di già? Ma guarda che non ci andiamo mica a dorso di zebrallo». Ovviamente nessuno parla così – almeno, non a tutti capita di nominare lo zebrallo a un giro di frase dall’apericena -, ma l’esempio torna utile per illuminare quella zona della grammatica italiana che va sotto il nome di “parole macedonia”. Sono un po’ come le parole composte – tipo capostazione, portapenne e via dicendo -, quindi uniscono due parole autonome per formarne una terza con un significato che, in un certo senso, “riassume” quello dei termini da cui è formata. Le parole macedonia, però, perdono per via qualche sillaba o qualche lettera. L’apericena è un aperi(tivo) che diventa una cena; un mapo è il frutto che si ottiene ibridando un ma(ndarino) e un po(mpelmo); lo zebrallo è un incrocio tra una zeb(ra) e un (cav)allo.

 

 

Ce ne sono molte altre, ovviamente. Il “famosissimo” tigone è una tigre e insieme un leone, la quallina è una quaglia e una gallina, la kiwana è un kiwi coniugato a una banana. Sono parole che si prestano benissimo ai giochi linguistici; non è un caso che C.S. Lewis, quello di Alice nel paese delle meraviglie e di Al di là dello specchio, ne facesse un ampio uso, solo che gli inglesi le chiamano portmanteau words. Le parole macedonia sono interessanti anche per un altro motivo: raccontano un po’ come evolvono le nostre abitudini, i nostri costumi, insomma la nostra società. L’apericena, ad esempio, è nata probabilmente a Torino all’inizio degli anni Duemila, invece la “fantascienza”, il noto genere letterario e poi cinematografico, è comparsa negli anni Cinquanta, in concomitanza con la diffusione dei libri dedicati a pianeti lontani, alieni e affini. Negli anni Sessanta, invece, si è cominciato a parlare di “cantautore”. Era, infatti, la stagione dei grandi parolieri.

 

 

Tutti questi neologismi non piacevano affatto a Bruno Migliorini, il celebre filologo che  fondò lo studio della storia della nostra lingua, con la prima cattedra universitaria creata ad hoc a Firenze – e dove, se no – nel 1938. Migliorini diceva che “cantautore” era un «neologismo orrendamente coniato». Chissà cosa avrebbe detto allora dell’ “aperisushi”, dell’ “aperisfizio” e dell’“aperimerenda”. Per il dotto linguista, le parole macedonia sono «una o più parole maciullate», le quali «sono state messe insieme con una parola intatta». Ai suoi tempi, del resto, ci si era proprio appassionati a questo tipo di termini, molto maneggevoli per le denominazioni industriali e per le réclame pubblicitarie. Come gli americani usavano e usano le sigle, così da noi si usavano i portmanteau. Il Cogepesca era la Confederazione generale della pesca, mentre il Sepral era il Sezione provinciale dell’alimentazione. C’era poi il “cioccoblocco”, un tavoletta di cioccolato pubblicizzata fino agli anni Ottanta; oggi abbiamo il “videotelefonino” e parliamo poco, ma con affetto, della “musicassetta”.

 

 

Anche se preferiamo, ora, importare le parole dall’estero, piuttosto che inventarcene delle nuove. Sappiamo cosa sono il brunch, l’austerity, il doping e il contest, il teamwork e il self-building. Chissà cosa avrebbe detto Migliorini, di tutto questo. Insomma, c’è da credere che – quasi quasi – avrebbe potuto persino rivalutare le parole fatte a pezzetti. Usanza barbara, sì, ma – almeno – completamente italica.

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