Chi spara sul Patronato

29 Giugno 2014 ore 13:02

Ogni città ha i suoi luoghi da  “prima linea”. A Bergamo il più esposto è il Patronato di via Gavazzeni. La casa degli orfani fondata dal genio cristiano di don Bepo Vavassori, è oggi il rifugio di emarginati, ex detenuti e di oltre cento immigrati rimasti senza lavoro e senza prospettive. A loro il Patronato offre un tetto e il necessario per sopravvivere. In realtà offre molto di più, un’accoglienza umana gratuita, disinnescando in tal modo una possibile miccia di risentimento sociale all’interno della città.

A mandare avanti il Patronato è un prete, don Davide Rota, praticamente da solo, o quasi. La sua è una di quelle imprese che bisognerebbe definire impossibili. Ogni giornata riserva qualche sorpresa (amara),  ogni sera c’è un ospite che perde la misura, ogni notte ce n’è un altro che dà di matto. Per far convivere persone senza arte né parte servono coraggio, pazienza e una grande fede. Eppure don Davide ci riesce. Da quando è arrivato ha trasformato anche fisicamente la struttura, rendendola più accogliente, e lo ha fatto senza pretendere nulla da nessuno. Su un altro fronte, a Sorisole, don Fausto Resmini, anch’egli prete del Patronato, porta avanti una missione simile con i ragazzi usciti dal carcere, i senzatetto, i malati psichici. Isole di umanità in un mondo di indifferenza.

Resta da capire perché, in una situazione tanto delicata, i giornalisti di Bergamonews non perdano occasione per mettere in evidenza quello che non va al Patronato. Una volta è per l’italiano ubriaco che minaccia con una pistola alcuni immigrati coi quali aveva discusso al termine di Italia-Uruguay (“Far West al Patronato”, titola il sito di proprietà di Confindustria); un’altra volta è per l’ospitalità offerta a un prete accusato di pedofilia; un’altra ancora per “la messa dei vip” che si celebra al mercoledì mattina, quasi a sottolineare una stonatura in quell’ambiente di frontiera. E sono solo alcuni esempi.

Di fronte a tanto zelo, L’Eco di Bergamo – il cui amministratore delegato, Massimo Cincera, è anche presidente della Fondazione che gestisce il Patronato – ha “reagito” sul giornale di domenica 29 giugno, dedicando un’intera pagina al lavoro di don Rota, nella quale il sacerdote spiega le ragioni della sua attività, parlando di un’accoglienza capace anche di assumersi dei rischi. Siamo arrivati al paradosso che chi fa il bene è quasi costretto a giustificarsi.

Noi pensiamo che nessuna pagina o intervista riuscirà a far cambiare idea ai giornalisti di Bergamonews e a quanti la pensano allo stesso modo. Per una semplice ragione: a loro la Chiesa dà un po’ fastidio. E tanto più una chiesa che si implica con la realtà e non ha paura di “incidentarsi”, per usare un’efficace espressione di Papa Francesco. Si chiama pregiudizio ideologico. E come diceva Einstein: “E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.

Ma che senso ha ostinarsi a colpire chi sta in frontiera e lavora gratuitamente per tutti? Nella migliore delle ipotesi è un atteggiamento miope e, in definitiva, autolesionista.

Ps. Sento già l’obiezione: le notizie si danno. Non c’è dubbio. Si dovrebbero però dare tutte, non solo quelle interessate e parziali. D’altra parte, si sa, il bene non fa notizia.

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