Ancora su Yara Ma per altri motivi

07 Luglio 2014 ore 11:10

Pensare a Yara mi fa male due volte. Anzi, tre. La prima è che non vorrei parlarne, per atavico pudore bergamasco. Non si tratta di reticenza – o peggio ancora omertà -, come scrive qualcuno: è prudenza, discrezione, una forma di rispetto. Perché comunque la metti, tornarci sopra fa male. E il male va sopportato, non amplificato.
La seconda è che una bambina è morta in quel modo. Ogni tanto mi capita di passare da via Rampinelli. D’inverno è buia, lunghissima. Deserta come un dolore senza fondo.
La terza fa meno male, perché almeno può contare sull’antidoto dell’indignazione. Parlo del dolore per l’indegno spettacolo messo su dai media fin dal momento della scomparsa della tredicenne di Brembate Sopra. Mi viene da pensare alla pornografia e non ho timore di ricorrere a questa parola. Pornografia o, se preferite, una speculazione disgustosa.

Lasciamo perdere la solita adunata di avvoltoi. Ma il Corriere della Sera ci ha pubblicato un libro uscito in questi giorni. E la Rai sta preparando un film-tv in due o tre puntate che andrà in onda il prossimo inverno. Non è che in questi giorni manchino altri argomenti su cui investigare. Se si insiste su questo significa che il prurito ha ormai la meglio su tutto, pietà compresa.

Tre settimane fa è andata in onda la terza stagione della saga: dopo la scomparsa e il ritrovamento, la cattura dell’assassino.
Con una prima puntata strepitosa: un magistrato, il procuratore di Bergamo Francesco Dettori, costretto a ricordare al Ministro degli Interni Angelino Alfano che esiste ancora la “presunzione di innocenza”. Di solito succede il contrario, è il politico che lo ricorda al magistrato, ma tant’è. Alfano si giustifica dicendo di non aver fatto il nome del fermato. Di cui, un’ora dopo, si conoscono vita, passioni, spostamenti e abbronzature. Quanto basta per fare di un presunto implicato nei fatti, un mostro.
I titoli si sprecano. A seguire, pagine e pagine di fuochi artificiali, ricostruzioni fantasiose, pacche sulle spalle fra gli inquirenti, applausi dei giornalisti-detective (molti dei quali sono gli stessi che un anno fa avevano attaccato il Pm e la sua incerta conduzione dell’inchiesta). Il tristemente noto sgomitare dei cronisti accorsi ad inutile sostegno dell’accusa: interviste in valle, rivisitazioni del passato del “presunto” assassino, ricostruzioni epiche del grande lavoro fatto per arrivare a Ignoto1. Bravi voi, bravi noi. E’ stato Bossetti, punto.

Così per 20 giorni di seguito, senza tregua, tirando in ballo madri, mogli, figli, amici e parenti, che non c’entrano niente. Li chiamano effetti collaterali, proprio come nei bombardamenti. Ma adesso che il mostro non è crollato e il polverone si sta un po’ diradando, ecco affiorare, tra le pieghe della carta stampata e le righe incerte del web, qualche timido, pallido dubbio: e se non fosse lui?

Che colpo di scena, sarebbe. E allora, con la stessa impudente disinvoltura con cui i cronisti di due settimane fa andavano alla ricerca del primo amore del mostro per farle confessare che quando si erano lasciati (15 anni lei, 17 lui) il presunto non l’aveva presa bene, adesso ci si aggira per l’Isola alla ricerca di un incredulo anche di seconda mano. Con la medesima enfasi con cui è stata celebrata la capacità professionale del Pm, dei Ris, degli investigatori, si riportano oggi le qualità dell’avvocato difensore nominato d’ufficio. Passo dopo passo, giorno dopo giorno, ci si prepara a un’eventuale svolta: vuoi mai che si sia cantata vittoria troppo presto?

Non riesco a immaginare che cosa potrebbe succedere se venisse alla luce che Bossetti – la prova del DNA è un macigno, ma non basta da sola – non c’entra con la morte di Yara. Per lui e per la sua famiglia ci sarebbe letteralmente da impazzire, perché nessun risarcimento potrebbe essere adeguato. Nessuno di noi, allo stato delle cose, può dire con assoluta certezza se l’artigiano di Mapello sia il vero responsabile. Un fatto, questo, che chiederebbe perlomeno equilibrio e misura da parte di chi informa, anche perché assorbire continuamente veleno alla fine intossica la capacità di distinguere il vero dal falso.

Se Bossetti fosse innocente, come ne usciranno giornali e televisioni che si erano affrettati a farlo a pezzi? Non illudiamoci: il copione è già scritto. Non è lui il mostro? Perfetto: si rimette in piedi il tendone, si convince l’artigiano a sedersi al centro della pista, si accendono le luci e… ciak, via coi programmi sul suo assurdo supplizio, sulla malvagità dell’opinione pubblica sobillata dai media della concorrenza, via al corredo di servizi sulla leggerezza di Alfano, l’insipienza dei magistrati e i costi di un’inchiesta interminabile che non ha portato a nulla. L’importante è che la fiction continui.

Dicevo all’inizio che questo è un dolore minore degli altri due. È vero. Però, che non ci sia nessuno, o quasi, che di fronte a questa spettacolarizzazione permessa e promossa da media e magistratura, si alzi in piedi per dire che si tratta di una violenza disgustosa, ipocrita, intollerabile, non è cosa da passare sotto silenzio.

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