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Bruno e quei duecento anni di sogni vissuti dentro Regazzoni Tappeti

Bruno e quei duecento anni di sogni vissuti dentro Regazzoni Tappeti
06 Novembre 2019 ore 09:10
Foto di Sergio Agazzi

 

Ci sono eredità che vengono trasmesse a poco a poco nel corso di una vita intera. Per averle non servono notai e discussioni infinite, basta aspettare che memoria e cuore si sintonizzino e ne comprendano il lascito. Quello di nonno Tullio a suo nipote Bruno ha la forma e la sostanza degli anni vissuti insieme, dei giri in montagna a camminare e sciare, dei viaggi in barca. «Nonno mi portava ovunque – spiega Bruno, classe 1987 e attuale titolare dello storico negozio Regazzoni Tappeti -. Lui mi ha insegnato cosa fosse il bello, a partire dal fatto che apprezzava tutte le cose belle della vita». Bruno, con i suoi cugini, è cresciuto proprio all’interno del grande negozio di Piazza Pontida dove negli occhi dei bambini le giganti pile di tappeti erano navi e si saltava da una all’altra per evitare di cadere nella minacciosa lava che scorreva sotto. Oppure gli stessi tappeti diventavano campi da calcio per tirare i rigori di fine partita. Un luogo magico insomma, dove la fantasia era di casa e dove nessuno li obbligava a star seduti composti. Il negozio era dei suoi nonni Tullio e Mimma che avevano rilevato quello fondato dal signor Regazzoni nel 1820 che vendeva il tessile locale e aveva anche un laboratorio interno. Se nonno Tullio, con il suo savoir faire, si occupava agilmente delle pubbliche relazioni, nonna Mimma era la vera imprenditrice con fiuto per gli affari e capacità di far di conto.

 

 

Bruno li ricorda con un grande sorriso aperto sul volto e due occhi azzurri che non nascondono nulla. Tocca la catenina che porta al collo: «Era del nonno e non me la tolgo mai». Dopo i nonni, nessuno dei figli volle continuare l’attività, e la lasciarono in gestione ad alcuni commessi, senza dedicarci troppo tempo o pensiero. Nel frattempo, Bruno, nel viaggio di ricerca di sé, si era iscritto a Lettere e Filosofia e all’età di 22 anni inizia a fare «il bocia con i dipendenti del negozio». Non sono anni facili: Bruno ha voglia di fare, di prendere i suoi rischi, di cambiare le cose, ma viene visto come l’ultimo degli arrivati e nessuno si fida del suo sguardo. È a questo punto che prende coraggio e chiede di essere lasciato da solo; o forse no, perché Bruno lo sa e lo dice con certezza: «Il nonno avrebbe appoggiato qualunque mia scelta», e quindi è sempre lì con lui.

Bruno è un concentrato di entusiasmo. Parla girando per il negozio e indicando con eccitazione l’ultimo arrivo o qualcosa di unico che ha appena riscoperto in qualche cassa depositata chissà da quanto sul retro. Mostra delle vecchie cartoline degli Anni Trenta, custodite in una piccola scatola di legno a forma di libro: vogliate gradire i nostri migliori saluti, vi ricordiamo con stima ecc… Si stupisce della grafia elegante e del riconoscimento che le persone portavano al proprietario e poi, con una punta di orgoglio, mostra alcune cartoline utilizzate per fare gli ordini: favorisca di mandarci a mezzo corriera a Selvino quindici metri di stoffa verde, bianca e rossa per confezionare le bandiere nazionali. La preziosa cartolina è datata 1934. Il grande spazio del negozio è colmo di tappeti provenienti da tutto il mondo, libri antichi, giocattoli di latta, quadri, specchi, vecchie bussole e arredi di navi, fotografie, sculture e anche una bicicletta. Bruno si scusa per il caos: ieri è arrivata la merce nuova e lui non ha ancora avuto modo di sistemare. Inoltre, come sempre, la notte prima degli arrivi non ha chiuso occhio per l’emozione: quasi fosse una notte di Santa Lucia.

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Il giovane proprietario è preciso e metodico, ama la simmetria e l’armonia e le sue vetrine sono storyboard di grandi avventure. La gente si ferma spesso e sosta per qualche minuto. Hanno capito che tutto è stato organizzato come fosse una grande avventura: «Io gioco tutto il giorno. Ogni angolo del locale è una scenetta». Però ci tiene a dire che la sua è una «creatività organizzata» e che è anche bravo a fare quadrare i conti, proprio come la nonna. «Mi sono fatto fregare solo una volta. Ero appena arrivato e volevo fare il mio primo acquisto. Ho staccato un assegno senza vedere il materiale. Non è più accaduto – dice divertito -. Non importa, le fregature impari a prenderle, l’importante è non darle».

Oggi Bruno è felice e certo della sua scelta di vita. A tratti pare un uomo di altri tempi: indossa una camicia azzurra con ricamate le sue cifre, ha un cellulare che usa solo per telefonare, e non ha la patente ma usa sempre la bici: «Tutto quel che risparmio dal non avere un’auto, lo investo in biciclette». Bruno passa la maggior parte del suo tempo in negozio, fa tutto da solo, anche il faticoso compito di appendere i tappeti al soffitto. Ha studiato una tecnica ingegneristica di precisione. «Una volta – dice – ci si faceva aiutare dal Robi l’edicolante». Si guarda intorno con soddisfazione e nel riferirsi agli oggetti in vendita usa spesso dire «hanno un sapore incredibile», come a sottolineare che la loro bellezza non sia solo per gli occhi ma attraversi il corpo nutrendolo nel profondo. In questo luogo dei ricordi, tra la bellezza delle cose e l’eleganza d’animo di Bruno, manca solo il plauso dei suoi genitori: «Vorrei fossero fieri e capissero quanto sia riconoscente e determinato a non mandare all’aria tutto quello che mi hanno lasciato». Anche questo saprà attenderlo come fosse un’altra magica notte di Santa Lucia.

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