Aspettando la mostra in Carrara

Cinque capolavori di Lotto ben custoditi in terra orobica

Cinque capolavori di Lotto ben custoditi in terra orobica
02 Dicembre 2016 ore 04:00

Abbiamo appreso tutti con grande gioia che il temporaneo letargo della nostra stupenda pinacoteca volge al termine, dato che è di qualche settimana fa l’annuncio dell’avvio della stagione delle grandi mostre che riscalderanno i prossimi inverni: protagonisti assoluti Lorenzo Lotto e Raffaello Sanzio, alias Lotto e Raffaello. Del maestro urbinate si era ventilata la presenza già lo scorso febbraio, al termine del grande successo della mostra itinerante Il sarto di Moroni, che avrebbe dovuto essere articolata tra Accademia Carrara, Museo Bernareggi e Palazzo Moroni, ma poi accantonata per problemi di prestiti intermuseali. Lotto è invece una totale sorpresa, soprattutto dopo la monografica del 1998 in città (allestita nei locali dell’accademia Carrara in GAMeC) con i percorsi sul territorio e le stagioni dei Grandi Restauri promossi dalla Fondazione Credito Bergamasco che hanno visto tornare alla luce i colori delle tre grandi pale cittadine; qualcuno ha storto il naso («Sempre Lotto! Di nuovo Lotto!»). Invece noi diciamo: «Meraviglia, ancora Lotto!», perché Lotto è sempre Lotto, capace a 500 anni di distanza di richiamare folle di fan e di essere sempre nuovo, proprio come mezzo millennio fa, quando, nel 1516, giunse in città, per i Domenicani di Santo Stefano, la sua prima opera (sebbene commissionata tre anni prima da Francesco Martinengo Colleoni).

Dunque per prepararci per tempo, abbiamo dato un ripassino al parco opere che il maestro veneziano, vero artefice di una rivoluzione nella piccola Bergamo rientrata sotto l’influsso veneziano poco prima del suo arrivo, ha disseminato in città (pinacoteca esclusa, per il momento). Così, ora tocca ai capolavori sparsi in terra orobica, al di là dei confini cittadini. Consideriamo, data anche l’imminente stagione invernale, di fare una capatina a Trescore o a Celana, così come a Sedrina o Ponteranica, per ammirare con occhio orgoglioso le gioie che abbiamo in casa, a portata di mano e ad un tiro di scoppio, prima che la mostra di dicembre 2016-febbraio 2017 ci sveli altri significati alchemici di quello che è a pieno titolo il “Genio del Rinascimento”.

 

Val San Martino, Caprino, Fraz. Celana
Chiesa di Santa Maria Assunta
Assunzione della Vergine (1527)

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La pala, secondo quanto annunciato, sarà tra le opere protagoniste della prossima mostra (dunque, dal 3 dicembre, si trasferirà temporaneamente in Accademia Carrara) e questo ci riempie di gioia, perché in effetti non tutti la conoscono, data la sua ubicazione un poco distante dal capoluogo e da tutti i normali percorsi turistici (senza nulla togliere alla splendida Val San Martino). Unici sono lo slancio della Vergine che, tutta intenta nella sua ascesa, pare si proietti come un moderno missile verso le schiere celesti, accompagnata da putti e angeli adolescenti dalle inconfondibili movenze e sembianze lottesche. Lo stesso vale per gli apostoli, ognuno ripreso in un proprio e personale moto di sorpresa, fino a che il nostro sguardo si posa divertito sullo straordinario vecchio che inforca gli occhiali e scruta all’interno del sarcofago, incredulo di quello a cui sta assistendo.

 

Val Brembana, Ponteranica
Chiesa di Santa Maria Assunta
Polittico con Annunciazione, Santi e resurrezione di Cristo (1527)

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L’opera è stata integralmente recuperata qualche anno fa dalla restauratrice Eugenia De Beni, mancata tragicamente lo scorso agosto, ed è a lei che dedichiamo questo piccolo omaggio, dato che l’angelo annunciante, icona lottesca, soleva chiamarlo vestito di “rosa ciclamino”. La veste pare un soffio di vento, che alitando porta l’essere in un’atmosfera altra, unica e divina, tanto da annunciare con la stessa delicatezza la Vergine. Dalle piaghe di Cristo spilla il sangue della Redenzione, mentre a terra i due patriarchi di Oriente ed Occidente, Paolo e Pietro, sono ritratti in attesa dell’annuncio del Battista, che spetterà a loro dar seguito.

 

Sedrina
Chiesa di San Giacomo
Madonna in gloria e Santi (1542)

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Eseguita quasi venti anni dopo la sua dipartita da Bergamo, a dimostrazione di quale segno avesse lasciato nel nostro territorio e di quanta stima ancora per lui nutrissero molti bergamaschi ormai risiedenti in terra veneziana e che richiedevano opere da destinare alle terre natie orobiche, quale rimessa degli emigranti. Nello scorcio paesaggistico si riconoscono i ponti di Sedrina, il fiume Brembo che scorre placido e tortuoso, le cime dei monti brembani in cui si annidavano gli eretici in fuga. Innanzi la quinta teatrale è composta dai Santi Battista, Francesco, Gerolamo e Giuseppe, finalmente protagonista nell’abito giallo oro, a ricordo dell’importanza della figura patriarcale nelle valli bergamasche.

 

Val Cavallina, Trescore Balneario
Oratorio Suardi
Storie di Santa Barbara e di altre sante (1524)

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L’oratorio al suo interno è interamente affrescato da quella che è forse l’impresa pittorica più memorabile del maestro veneziano. Nel centro della parete maggiore, non interessata da aperture, campeggia il Cristo le cui dita emanano lunghi viticci, che includono busti di santi e che scorrono fin sulle falde del soffitto tra angeli festanti e vendemmiatori. Il motto “Io sono la vite e voi i tralci” ben si addice a tale raffigurazione, esplicata sin nei minimi particolari. Nel registro inferiore della parete, invece, si svolgono gli episodi del martirio di Santa Barbara, per proseguire sulle altre pareti con le storie di Santa Brigida d’Irlanda, i miracoli di Santa Caterina e Maria Maddalena, fino ai ritratti dei committenti, la famiglia dei nobili Suardi.

 

Val Calepio, Credaro
Chiesa di San Giorgio
Natività e i Santi Rocco e Sebastiano (1525)

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L’affresco occupa la parete di fondo dell’attuale sagrestia della chiesa, dato che originariamente era una cappella esterna dipinta anche sulle pareti laterali e sulla volta: il carattere dei dipinti è chiaramente votivo, data la collocazione umile e dai santi, cari alla devozione popolare, soprattutto in tempi di peste. Proprio per questo motivo il tono è semplice e dimesso, forse anche in relazione allo stato d’animo del pittore: infatti, questi affreschi sono l’ultimo intervento di Lotto nei nostri territori, prima della sua mesta e forzata dipartita dalla nostra città verso Venezia.

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