D'origine glaciale

Al Lago Gelt, il cuore delle Orobie

Al Lago Gelt, il cuore delle Orobie
28 Ottobre 2019 ore 04:30

E se le Orobie avessero un cuore? Certo che ce l’hanno, solo che è nascosto agli occhi dei più… Come una perla di rara bellezza è celato tra le montagne più alte, custodito da anfratti di roccia e torrioni, quasi fossero eretti a protezione del lago più alto della catena orobica. Il suo nome, Gelt, in dialetto bergamasco Selt, riporta alla parola “gelato”, stato in cui versa per la maggior parte dell’anno. A rendere tutto ancora più magico è però la forma di questo specchio d’acqua di origine glaciale, che visto dall’intaglio soprastante il Passo di Caronella riporta al perfetto disegno di un cuore. Il Cuore delle Alpi Orobie.

Dobbiamo versare sudore. Per raggiungere questo luogo dobbiamo rassegnarci a fare un pò di fatica… I tesori più belli sono, nella maggior parte dei casi, anche i più nascosti. Il lago Gelt non è da meno. La nostra escursione vede il suo via dal paese seriano di Valbondione, dove il sentiero CAI 305, che sale ai rifugi Curò e Barbellino, conduce al lago artificiale in poco più di due ore. Migliaia di persone vengono ogni anno attratte dalla meraviglia delle cascate del Serio e del loro triplice salto, dimenticando o magari non conoscendo i bellissimi laghi collocati nelle vicinanze. Una cosa abbastanza comune per chi si aggira tra le nostre montagne, visto che proprio nella conca del Barbellino si annidano i tesori più belli e resta di fatto una meta ambita dagli escursionisti… Ammirato l’invaso artificiale proseguiamo con chiare indicazioni verso il Rifugio Barbellino e l’omonimo Lago Naturale, seguendo il segnavia CAI 308/324. Il sentiero continua il falsopiano lungo i resti di una vecchia mulattiera militare, costeggiando il fiume Serio che trova la sua vita proprio pochi km più a monte. Tralasciato il bivio per la bellissima Val Cerviera (e i monti Tre Confini, Recastello e Gleno) raggiungiamo dopo un’altra ora di cammino il Lago del Barbellino ed il suo Rifugio (m.2150).

Il Rifugio Barbellino. Il progresso arriva sempre di più anche in quota e i rifugi delle nostre montagne si devono adattare alle esigenze di escursionisti ed alpinisti, affrontando e mettendo in campo le nuove tecnologie tipiche del nostro millennio. Esistono tuttavia rifugi, anche sulle nostre montagne, che possono ancora essere definiti tali. Luoghi dove le provviste vengono portate a spalla o consegnate in elicottero, e che per essere raggiunti richiedono ore di cammino. In questi posti la montagna è ancora padrona e può regalare emozioni che difficilmente vengono dimenticate. Il rifugio Barbellino può ancora definirsi tale; posto in una delle conche più suggestive delle nostre montagne permette ancora di assaporare il fascino della montagna. Quella vera. Gestito da Maurizio Piffari è un luogo dove il telefono cellulare può servire solo come fermacarte in caso di vento, e l’unico rumore che si può udire è lo scrosciare dell’acqua davanti al rifugio, o il campanaccio delle capre di montagna. Per raggiungere il rifugio Barbellino servono tre ore di cammino con partenza da Valbondione, per un totale di 13 km e 1.200 metri di dislivello. Una base perfetta per spezzare l’escursione al Lago Gelt, ma anche punto di partenza per alcune delle montagne più belle delle zona, come il Monte Torena e il Pizzo Strinato.

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Ancora una volta la scelta spetta all’escursionista. In base alla nostra stanchezza possiamo, ancora una volta, scegliere se pernottare al rifugio o decidere di proseguire per la nostra avventura. Seguendo la sponda sinistra del lago affrontiamo il segnavia CAI 308, che sale verso il Passo di Caronella. Con pendenza costante raggiungiamo il Bivacco A.E.S. (M.2605) ex polveriera militare risalente alla Grande Guerra e restaurata dal Gruppo Amici Escursionisti di Sforzatica, ottimo punto di riparo in caso di maltempo. Il Passo di Caronella è ormai a pochi minuti di cammino. Troviamo ad accoglierci, a metri 2615, il Rifugio A.E.S. , purtroppo chiuso ma dotato di un piccolo locale invernale. Qui possiamo ammirare il terzo lago della giornata, posto proprio davanti al Rifugio. È il Lago della Cima, ormai ridotto a un piccolo specchio d’acqua e fino a qualche anno fa lago più alto delle Orobie. Questo titolo, viste le dimensioni a cui si è ridotto negli ultimi anni, spetta adesso al Lago Gelt. Una piccola pausa a contemplare in panorama, che spazia dalle Orobie fino alla vicina Valtellina, è d’obbligo!

[Il rifugio AES]

Ormai ci siamo. Non ci resta che raccogliere le energie per l’ultima, ripida, salita finale. Alla nostra sinistra si staglia la ripida traccia di sentiero che tra roccette affilate ci condurrà all’intaglio posto a metri 2730, punto più alto della nostra escursione. Qui dimenticheremo la stanchezza, perché proprio sotto di noi troviamo il Cuore delle Orobie, il Lago Gelt. Incastonato fra le ripidi parenti che scendono dal Pizzo del Diavolo di Malgina possiamo ammirare il lago naturale più alto delle Alpi Orobie, che da questo versante mostra tutta la sua bellezza e rivela la caratteristica forma che gli ha regalato questo appellativo negli anni. Lasciata la stanchezza alle spalle scendiamo in direzione del lago, prestando attenzione al ripido sentiero, fino a raggiungere le sue fresche acque, dove finalmente ci attende un meritato riposo. Anche se a questo punto sfidiamo chiunque ad allontanarsi da questo angolo di paradiso…

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La discesa verso il Lago di Malgina. Recuperate le energie si scende ulteriormente lungo il segnavia CAI 310, che ci condurrà al Lago di Malgina (m.2339) altro specchio d’acqua di originale naturale che prende il suo nome dalla montagna omonima che domina la zona. Il sentiero costeggia ora uno dei tanti affluenti del fiume Serio, sempre in ripida discesa, fino a condurci al sentiero comune all’andata e successivamente, dopo più di sei ore di cammino, al rifugio Curò. Altre due ore ci attendono per ritornare a Valbondione, che porteranno la gita ad uno sviluppo di ben 26 km e 1.700 metri di dislivello. Una fatica non da poco se affrontata in giornata, ma sicuramente una storia da raccontare. La favola del Cuore delle Orobie.

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