Perché non valorizzarla?

La preziosa pietra verde di Novazza Altro che uranio, lì c’è una fortuna

La preziosa pietra verde di Novazza Altro che uranio, lì c’è una fortuna
05 Maggio 2015 ore 10:06

Quarant’anni fa, se qualcuno avesse chiesto in città (Clusone) dov’è Novazza, avrebbe ottenuto in cambio uno sguardo perplesso: praticamente nessuno sapeva cosa fosse e dove fosse Novazza, che invece è lì a un tiro di schioppo, nella stessa valle! Un paesino assolato, che guarda in faccia le montagne più belle delle Orobie, tutto fatto di case di pietra grigia e rossa, linde e ordinate come le stradine acciottolate che l’attraversano. È una frazione di Valgoglio adagiata sui prati ai piedi della Cima di Bani.

 

 

Ed è proprio per questa sua montagna che la piccola e tranquilla comunità di Novazza assurse agli onori – e purtroppo anche ai clamori – delle cronache: perché lì sopra, nel 1959, scoprirono il minerale uranifero, il primo giacimento italiano. Erano gli anni del boom economico, dell’entusiasmo e del fervore della ricostruzione e subito si iniziò a intaccare la montagna, per cercare il minerale anche in profondità e, al primo colpo, se ne trovò un migliaio di tonnellate. Tra il 1970 e il 1980 sembrava che dovesse prepararsi un grande futuro per l’energia nucleare anche in Italia; così, a Novazza si procedette con lo scavo di gallerie, anche oltre i filoni ritrovati: avanti, avanti per centinaia e centinaia di metri dentro la montagna alla ricerca di altro uranio, ma… Non se ne trovò più. Poi si sa come andarono a finire le cose: le contestazioni, la politica, il referendum, l’abbandono del nucleare. Era il 1987. Le gallerie di Novazza rimasero buie e silenziose. Fino ad oggi. Perché ora c’è un’altra scoperta a Novazza, che non ha niente a che vedere con l’uranio.

L’idea è nata qualche anno fa, osservando alcuni artigiani della Valle che, complici le difficoltà incontrate nel proporre e gestire attività estrattive nella nostra provincia, si davano un gran da fare a cercare pietre di recupero: demolendo enormi massi erratici, ricavavano blocchi di una roccia dura e compatta, che poi impiegavano per monumenti, fontane, piazze, arredamento. Tale pietra è piaciuta subito ed è divenuta preziosa e ricercata, anche per il suo colore, un verde chiaro o grigio-verde uniforme e gradevole, che si adatta a uno svariato tipo di impieghi e di ambienti. È una roccia vulcanica del Paleozoico (265 milioni di anni)  formata  per oltre l’ottanta percento da quarzo; è unica, non solo nella Bergamasca, ma anche sull’intero territorio nazionale, paragonabile per qualità solo alle migliori pietre e ai raffinati graniti d’importazione, che hanno prezzi molto elevati. Però non c’è una cava dove prenderla!

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Ma come? – qualcuno pensò – ma se ce n’è una montagna piena! E ci si ricordò di quelle gallerie di Novazza, dove non si trova un solo grammo di uranio, ma che sono tutte scavate dentro quella pietra verde: perché non chiedere alla Provincia di inserire questa risorsa nel Piano delle Cave di Bergamo? È tutto lì pronto: ci sono già la strada, il piazzale, i capannoni, le gallerie; non ci sarebbe alcun impatto sull’ambiente, né polvere, né rumore e  sarebbe un modo per far finalmente fruttare un po’ tutti quei soldi spesi inutilmente in decenni di ricerche e per creare un po’ di lavoro, di cui si sarebbe bisogno in questo momento (assai lungo) di crisi. La domanda si è cominciata a fare a chi di dovere ben tredici anni fa – si sa com’è la burocrazia nel nostro Paese – ora speriamo che qualcuno capisca e decida.

Intanto, certamente si può dire che le miniere e le cave sono tra le attività più antiche e tradizionali del nostro territorio; si può affermare addirittura che la ricchezza e la varietà delle risorse minerarie di questa terra hanno segnato lungo i secoli la storia socio-economica della Bergamasca e siccome oggi, nonostante che nella maggior parte dei casi si siano lasciate cadere a pezzi e marcire nella ruggine tutte le vestigia di archeologia industriale mineraria di cui era ricca la nostra terra, si fa un gran parlare di recupero e valorizzazione di miniere dismesse, anche come risorsa storica, culturale e turistica, perché non sfruttare l’occasione ghiotta – e unica! – offerta dalla miniera di Novazza per disporre di una “aula” di geologia, di ingegneria e di tecnica di escavazione ad uso e vantaggio dei nostri istituti tecnici e delle altre nostre scuole?

Comunque cerchiamo di non preoccuparci se forse Indiana Jones morirà d’invidia quando verrà a sapere che noi abbiamo trovato la pietra verde!

[Foto ©Gabriele Romanò]

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