L'altra Astino

Alla scoperta di Valmarina

Alla scoperta di Valmarina
27 Aprile 2017 ore 05:45

Si è riaperta la stagione estiva ad Astino e tutti i riflettori sono puntati sulla perla vallombrosana del Parco dei Colli, che non manca mai di stupirci: dalla chiesa magistralmente restaurata due anni orsono al chiostro con i vani adibiti fino all’arrivo di Napoleone a dispensa, cucina, antirefettorio e refettorio, oggi consolidati e accessibili, anche se privati della gran parte del loro originale apparato decorativo. Ma c’è la copia della tela di Alessandro Allori, dagli sfolgoranti colori datati 1583 e volutamente posta dirimpetto alla parete su cui era originariamente collocata, per ribadire come sia giunta l’ora che l’originale torni al suo posto.

 

Foto di Stella Pederzoli

 

Di Astino si è – giustamente – detto e ridetto. Ma cosa si erge all’altro capo del Parco, sul versante settentrionale della collina? Quale altro millenario esemplare monastico è stato tratto in salvo dall’oblio del tempo? Valmarina, l’ex monastero benedettino del XII secolo, oggi sede del centro direzionale del Parco dei Colli di Bergamo.

Valmarina è la valle innestata al colle della Bastia e rivolta verso la località Ramera nel Comune di Bergamo, caratterizzata da un suggestivo paesaggio composto da terrazze a prato, vigneti e coltivi. Il termine pare legato al diminutivo femminile del termine “mare” (marina), che rimanda alla “marra”, ovvero al mucchio di sassi ottenuto grazie a operazioni di scavo nella roccia. La valletta è inoltre caratterizzata da un corso d’acqua, elemento importante al tempo per la fondazione del monastero e il suo sostentamento, dato che – secondo la regola benedettina – le monache dovevano essere votate alla preghiera ma soprattutto al lavoro.

 

 

In questo complesso, contrariamente ad Astino, è più difficile leggere i segni delle sue origini, a causa della modifica della sua destinazione d’uso da religioso ad agricolo avvenuta già nel Quattrocento, quando le monache vennero trasferite per motivi di sicurezza entro le mura. Ciononostante, per l’edificio parlano ancora la sua architettura romanica, le sue pietre lavorate nel gioco dei pieni e dei vuoti, dei chiari e degli scuri. Il tessuto murario disposto con regolarità ad andamento orizzontale presenta alcuni particolari stilistici tra cui i timpani triangolari monolitici delle monofore. Le pesanti modifiche e varianti subite dalle strutture interne hanno interessato tutti i vani interni del cenobio: chiesa ad abside quadrata con pianta a croce, refettorio, sala del capitolo, dormitorio, che però non mancano di emanare ancora un notevole fascino, specialmente nel suo lato est, che presenta, incorporato nello spigolo settentrionale, ciò che resta della primitiva chiesetta romanica. Una piccola parete di arenaria è scandita da due elegantissime monofore, separate da una lesena poco aggettante, sovrastate da due oculi.

 

Foto di Stella Pederzoli

 

La sua attuale forma a corte chiusa tipica delle zone di pianura, acquisita dopo le trasformazioni in aia rustica, risulta eccezionale nel contesto delle cascine poste in area collinare, come è Valmarina, dove generalmente i corpi di fabbrica sono giustapposti o disposti ad L o contrapposti, frutto di ampliamenti successivi realizzati a partire dal tardo Medioevo, che hanno distribuito gli alzati seguendo l’andamento del versante. Tuttavia mancano all’appello una seconda chiesa, dedicata probabilmente a Sant’Ambrogio, una torre e la cantina. Il portico addossato al nucleo originario trova corrispondenza precisa nei complessi rustici dislocati in vari punti del territorio, dalle pendici della Maresana fino a Sorisole.

La presenza delle monache è attestata a partire dal 1150 e la loro permanenza chiude il Quattrocento, quando, per garantire la loro sicurezza, fisica e morale, vennero trasferite e poi annesse all’altro monastero cittadino di Santa Maria Novella, divenuto poi San Benedetto, che è tuttora l’attuale monastero di clausura sito in Via Sant’Alessandro (tra le vie Botta e Torri). Successivamente, adducendo le stesse motivazioni dopo la visita apostolica del 1575 condotta dall’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, al primo gruppo di monache vennero unite anche quelle di San Fermo.

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