Ne producono 100 chili al giorno

Il biscotto di Bigio, così buono

Il biscotto di Bigio, così buono
21 Luglio 2014 ore 05:55

Il nome ufficiale del biscotto è Biscotto di San Pellegrino. Quello di Bigio, Luigi Milesi. Il frollino porta il suo nome anche se il pasticciere non ne è l’originario ideatore. A lui si deve, però, l’apertura della pasticceria nel 1934 a San Pellegrino Terme e la codifica della ricetta, rimasta invariata da oltre ottant’anni.

 

 

Breve storia del Bigio e dei suoi biscotti. Luigi Milesi aveva due passioni: la pasticceria e i burattini. Originario di Dalmine si trasferisce a San Pellegrino Terme nei primi decenni del ‘900, gli anni dello splendore del Casinò e del Grand Hotel. Lì, in Piazza Marconi,  apre il primo laboratorio e incomincia a produrre i biscotti che diventeranno i più famosi di Bergamo.
Negli anni Cinquanta, i suoi pasticcini sono apprezzati in Val Brembana e incominciano a diffondersi in tutta la provincia. In questi anni,  a seguito del successo, Bigio, lungimirante, deposita il brevetto del suo prodotto che viene registrato con il nome di Biscotto di San Pellegrino. Sempre in questo periodo la pasticceria si ingrandisce e trasferisce sulla centralissima via Papa Giovanni, trasformando il suo locale in un punto di ritrovo per tutta la valle. Nel 1970 il figlio Beppi estende l’attività del padre acquistando l’albergo, oggi Hotel Bigio, e affiancando l’attività alberghiera e ristorativa.
La storica pasticceria, che oggi è gestita dai tre nipoti Teresa, Roberta e Luigi, decide di festeggiare, nel 2014, l’anniversario del suo prodotto più famoso. 80 anni di fortuna. La data, però, è una convenzione: l’anniversario è fatto cadere in occasione dell’apertura del primo laboratorio di San Pellegrino (1934). Il biscotto, in verità, esisteva da molto prima, prima anche di Bigio. Si tratta infatti di una ricetta di famiglia tramandata di generazione in generazione, finché Luigi Milesi non decise di commercializzarla.

 

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Nessun ingrediente segreto. Ma il trucco c’è. Nessun ingrediente segreto nella ricetta: tutti dichiarati sull’etichetta e, per chi li cerca, si trovano elencati sul sito della pasticceria. Farina 00, burro, uova, zucchero, un pizzico di sale e un po’ di latte (ovviamente tutto del territorio). Una classica variazione della pasta frolla. Ma il trucco c’è. A Bigio si deve l’invenzione di un nuovo metodo di lavorazione che si differenzia dalla preparazione tradizionale. Questo è il vero segreto che la famiglia Milesi custodisce gelosamente. Per assicurarsi che non venga diffuso, in laboratorio ci entrano solo in tre, fidatissimi: un pasticciere che da 40 anni lavora per la famiglia Milesi, suo figlio, e il marito di una nipote.

 

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Numeri e vendite del biscotto del Bigio. Oggi la pasticceria produce 100 chili di biscotti di San Pellegrino al giorno. «Di più non può fare, questo è il massimo» dice Luigi, «la produzione è cresciuta del 30 percento ogni anno negli ultimi 5 anni, abbiamo raggiunto il limite per le nostre forze attuali». Circa 400 confezioni di biscotti al giorno, considerando che la confezione classica, il sacchetto trasparente, ne contiene 250 grammi. Per ora, oltre alla vendita diretta, il prodotto è distribuito uniformemente ma unicamente nella provincia bergamasca, (fatta eccezione per una negozietto in via Meravigli a Milano).
Non sono solo i bergamaschi a comprarlo, anche i turisti lo richiedono, tanto che è diventato nel tempo quasi un souvenir. Per soddisfare la sempre maggiore richiesta, tra poco sarà disponibile la vendita online e, in previsione di un ampliamento dei locali di produzione,  si sta studiando una rete di distribuzione che esca dai confini della provincia.

La pasticceria e i burattini.  Luigi era un grande appassionato del teatro dei burattini, tanto da appendere la sua vasta collezione, ancora oggi visibile, alle pareti del locale. Non solo li collezionava, ma era lui stesso ad animare le rappresentazioni durante le feste, vincendo addirittura un concorso nel 1965. In occasione delle celebrazione i suoi nipoti hanno deciso di ricordarlo mettendo in scena la commedia del Pacì Paciana, la sua preferita.

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