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Io, bresciana, in Erasmus a Bergamo

Io, bresciana, in Erasmus a Bergamo
21 Ottobre 2016 ore 06:30

Nel 2014, fresca di laurea, ho dovuto scegliere dove continuare i miei studi: Verona, dove avevo studiato per tre anni, non era più un’opzione a causa dei crediti insufficienti, e nemmeno Brescia, Leonessa d’Italia e mia città natia, data la retta troppo cara della Cattolica. Ero di fronte ad un bivio: da una parte Milano, la patria degli imbruttiti; dall’altra Bergamo, che per il bresciano doc altro non è che un errore cartografico su cui si è chiuso un occhio per pura cortesia. Temendo di essere contagiata dalla borghesissima moda degli apericena in Terrazza Martini, ho scelto Bergamo, la presunta “terra che non c’è” e covo di quello che per alcuni miei amici è il male puro: l’Atalanta.

Le reazioni scioccate. Studiare a Bergamo, per una bresciana, è come fare un Erasmus su piccola scala: per questo motivo è stato necessario un annuncio ufficiale. I miei amici, dopo essersi assicurati che non fossi sotto l’effetto di qualche droga, mi hanno offerto assistenza morale e promesso di recuperare uno spray anti-bergamasco. I miei fratelli mi hanno dato prima della pazza, poi della traditrice, ma siccome sono l’unica sorella mi vogliono comunque bene. Mia nonna se n’è uscita con un serissimo «Ta sét drè a schersà? (stai scherzando?)» e i miei genitori hanno ridacchiato dicendo che sarei comunque rimasta la figlia preferita. Da quando ho portato a casa un ragazzo di San Paolo d’Argon non ne sono così convinta.

 

Aula Magna in Sant'Agostino - D. Rotasperti

 

La prima volta in Unibg. La prima volta che ho oltrepassato porta Sant’Agostino ho provato la stessa inquietudine di Frodo nel varcare la porta delle miniere di Moria. Di conseguenza, appena entrata nell’aula di Piazza Rosate volevo solo rimanere in disparte per osservare i comportamenti della fauna studentesca locale: conoscere il nemico prima di affrontarlo è fondamentale, soprattutto se lo scontro è sul suo territorio. Dieci minuti dopo stavo discutendo con alcuni ragazzi appena conosciuti sulla corretta pronuncia della parola marzo, così animatamente che manco le peggio coppie che litigano a Forum. È chiaro che l’arte della strategia non scorre nelle mie vene, ma, nonostante tutto, oggi questi ragazzi sono fra gli amici più cari che ho.

 

 

Un pirlo per aperitivo. Era chiaro che gli indigeni bergamaschi non mi avrebbero sacrificata a qualche strano dio atalantino e che l’interazione fra le due razze non avrebbe rovesciato l’ordine mondiale. Questa inattesa affinità andava festeggiata con la miglior pratica sociale di sempre: l’aperitivo. La risposta alla domanda: «Che cosa prendi?», per una vera bresciana può essere una sola: «Per me un pirlo!». Per chi non lo sapesse, il pirlo è il tipico e tradizionale aperitivo bresciano e ne siamo talmente orgogliosi che se qualcuno osa dire che è uguale allo spritz parte l’espatrio coatto. Ma la moda del pirlo non sempre è conosciuta fuori dai nostri confini e ordinarlo in terra straniera può creare situazioni imbarazzanti, come un silenzio generale accompagnato da sguardi perplessi, rotto infine dalla cameriera che divertita mi ha chiesto se ero di Brescia. «Ah pota, oter de Bresa sif mia a pòst!».

 

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La guerra del pota. Ah, il pota. Non posso negarlo: se c’è pota, c’è casa. Uno dei pregi del bergamasco è il fatto di condividere la stessa abitudine del bresciano di utilizzare sovente il pota, re degli intercalari, sovrano delle esclamazioni tutte. Questo elemento comune è motivo di solidarietà fra le due razze confinanti ed è servito spesso a stemperare le ostilità. Quindi tutti grandi amici, finché qualcuno non pone la fatidica domanda: «Ma chi l’ha inventato? Bresciani o bergamaschi?». Ora, parlare delle origini del pota è l’equivalente di intraprendere una sanguinosa guerra. Le prove storiche non contano quando ognuna delle due parti vorrebbe orgogliosamente accaparrarsi il merito di aver dato vita a questo gioiello linguistico: ricordo una discussione particolarmente agguerrita finita in birra versata al grido di «Bresà sunì» e «Berghèm conech». Il ricordo del mal di gola che ne è seguito è un monito a non affrontare più l’argomento. (Comunque è bresciano. Tiè).

 

 

Il fés, ovvero diffondere il verbo. Se il pota è l’elemento che accomuna le due città rivali, tutt’altro discorso è quello del fés (la e è chiusa), tipica espressione del nostro dialetto e puro concentrato di brescianità. Il fés, che tradotto significa «molto», è un marcato elemento di identità culturale, motivo di estremo orgoglio per il bresciano, che lo pronuncia mediamente un centinaio di volte al giorno anche solo per il gusto di farlo. Da fiera bresciana mi sono sentita in dovere di cominciare una crociata favore della sua diffusione nella bergamasca, sopportando le battutine e gli sguardi di rimprovero dei miei amici. Dopo due anni ho potuto raccogliere i frutti, dal momento che il fés sembra aver attecchito anche nel loro repertorio. E quando gliene scappa uno in mia presenza, è come rivivere la gioia di Carlo Mazzone che corre ad esultare sotto la curva dei tifosi atalantini dopo il pareggio del Brescia.

Divieto di parlare. Essere l’unica bresciana del gruppo ha reso i miei amici particolarmente protettivi nei miei confronti. O almeno mi piace pensare che, se prima di entrare in un locale mi avvertono che non tutti potrebbero apprezzare il mio accento, lo facciano perché mi vogliono bene e non perché temono di essere scoperti a fraternizzare con il nemico. «Ecco, facciamo che tu provi a stare zitta! E, se proprio devi, parla a bassa voce, che qua è pieno di ultrà dell’Atalanta!»: niente di più facile, se non fosse che ho una parlantina sciolta e che il mio normale tono di voce sfiora la soglia del dolore. Quindi se siete in un locale e sentite «Shhhhh! Zitta, Brescia, che quelli ci guardano male…», saprete che ci sono anche io.

 

 

Sono di Sarnico! Ma la ciliegina sulla torta risale allo scorso luglio, durante il Fosch fest, un festival metal che si tiene ogni anno a Bagnatica. L’aver frequentato Bergamo per quasi due anni mi aveva dato ormai una certa sicurezza, tanto che non mi preoccupavo più di nascondere le mie origini. Che può succedere se dico che sono di Brescia? Al massimo due battutine e poi amiconi. L’ingenuità fa un sacco di tenerezza. Avevamo incontrato un gruppo di ragazzi che abitavano nei dintorni, felici (fés) di aver trovato dei vicini di casa. «In verità, io sono di Brescia!» ho detto, in preda ai fumi dell’alcol misto ad orgoglio bresciano. Quello che ricordo sono i cori infiammati e il mio ragazzo che tenta di stemperare gli animi dicendo che ero solo sbronza e che in verità abitavo a Sarnico, sul confine. Un tizio mi ha chiesto di dirgli la via, per controllare su maps: siamo scappati di corsa prima che potesse scoprire che avevo mentito. Fortuna che, a quanto mi dicono, il mio accento si è addolcito.

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