Non basta una normale licenza

La caccia a cervi e camosci perché si fa e come è regolata

La caccia a cervi e camosci perché si fa e come è regolata
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Che la caccia oggi non rappresenti più una fonte primaria di sopravvivenza è un dato di fatto. Ma esiste un tipo di caccia che, slegato dal bisogno di procacciarsi cibo, è ancora oggi necessaria: la caccia di selezione agli ungulati. In pochi sanno che la caccia agli ungulati selvatici italiani (ovvero capriolo, cervo, camoscio, daino, muflone e cinghiale) è regolamentata per conservare l’equilibrio numerico delle specie in questione. Se non ci fossero i cacciatori di selezione, il compito di mantenere una determinata soglia di capi in proporzione alla superficie di un dato territorio spetterebbe alle amministrazioni pubbliche, come Polizia provinciale e Corpo Forestale. In Italia mancano gran parte dei meccanismi naturali di regolazione della fauna selvatica, come per esempio un alto numero di predatori in un dato ambiente. Densità eccessive di animali selvatici possono produrre danni ai boschi e ai pascoli. Inoltre, un alto numero di esemplari in un determinato habitat porta all’indebolimento della specie.

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Ecco perché il cacciatore di selezione è, in questo senso, anche una risorsa. Per diventare cacciatore di selezione non basta una normale licenza di caccia: è previsto un esame supplementare. Nella bergamasca, la pratica venatoria agli ungulati è ripartita in 5 comprensori:

Comprensorio Prealpino (60077,1 ettari di superficie utile di caccia): 180 cacciatori
Comprensorio Valle Brembana (46759,89 ha): 213 cacciatori
Comprensorio Valle Seriana (27114,74 ha) :75 cacciatori
Comprensorio Val Borlezza (15923,73 ha): 28 cacciatori
Comprensorio Val di Scalve (10994,27 ha): 33 cacciatori

I censimenti. I cacciatori, insieme alla Provincia, sono tenuti ad effettuare un censimento (che di solito avviene nei mesi di maggio-giugno) degli ungulati presenti sul territorio di competenza. Nel censimento dev’essere indicato il numero di capi per ciascuna specie con suddivisione per sesso e classe d’età. Sulla base dei dati, la Provincia stabilisce un piano di abbattimento. Nella pianificazione di questo si deve tener conto di possibili sottostime: animali schivi come il capriolo, ad esempio, non sono facilmente localizzabili. Diventa quindi sensato valutare, oltre ai dati numerici, alcuni elementi legati ad una specifica condizione, come ad esempio il fatto che in una specie ci sia un numero elevato di animali visibilmente deboli o malati. Questi ultimi vengono privilegiati nell’abbattimento, anche a causa del rischio di contagio.

Ecco di dati dei censimenti per l’anno in corso, il 2014. Considerate due cose: il numero nella casella indica la quantità di esemplari presenti per ogni comprensorio, mentre la percentuale indica la quota di abbattimenti prevista, che può oscillare.

 

PREALPI V. BREMBANA V.BORLEZZA V. SERIANA V. DI SCALVE
CAPRIOLO 176 (2,7-10.2%) 133 (9,3-16,1%) 18 (9,5%) 45 (6,1-13,2%) 21(15%)
 
CERVO 19 (15%) 22 (15,9%) 21 (13,5%) 14 (5%) 7 (4-7,1%)
 
CAMOSCIO NO 2454 (9,1-13,8%) 121 (3,7%) 775 (6,56-10,9%) 361 (10%)
MUFLONE 16 capi censiti in territorio intercomprensoriale ( prelievo del 19%)

 

Per i cinghiali,  il censimento viene eseguito con il metodo del calcolo a ritroso che si basa sulla serie storica di abbattimenti certi e sulla gestione adattativa della specie. Per il comprensorio Prealpino, ad esempio, è previsto per il 2014 l’abbattimento di 600 capi con caccia collettiva in braccata e 150 capi con caccia di selezione singola.

Il processo di caccia vera e propria e le sue tradizioni. La prima fase di caccia è la ricerca, in cui il cacciatore, armato di una buona dose di pazienza oltre che di fucile, s’incammina per pendii montani in cerca della preda, scrutando tra gli alberi con un binoccolo. Il cacciatore di selezione, una volta scovato il selvatico, deve fare una valutazione certa del sesso (molto difficile in caso di esemplari giovani) e dell’età (il trofeo del maschio è elemento importantissimo) dell’animale. Anche saper riconoscere le femmine con o senza prole è fondamentale per gli abbattimenti. Individuato il capo prescelto si può procedere all’abbattimento: un esercizio responsabile della caccia prevede che l’abbattimento sia sicuro, rapido e il più indolore possibile. La valutazione delle distanze e della posizione del selvatico è essenziale. Una volta recuperato l’animale, il corpo deve essere portato al centro di verifica del comprensorio per la valutazione finale e la registrazione.

La  tradizione mitteleuropea, importata anche da noi, impone di concedere l’ultimo pasto al nobile selvatico abbattuto. Viene posto nella bocca dell’animale un ramoscello verde (il così detto “Bruch”). Un altro rametto, intinto nel sangue, viene consegnato dall’accompagnatore al cacciatore, che se lo sistema sul cappello. Il tutto è accompagnato da una formale stretta di mano. Il rispetto delle usanze, delle regole non scritte e dell’animale qualificano un cacciatore di selezione: l’assenza di un etica venatoria, da parte di alcuni cacciatori della categoria, tende purtroppo ad infangare uno dei più nobili tipi di caccia.

 

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