Un luogo dimenticato

Cantiglio, sui sentieri della libertà Il massacro della 86° Brigata Issel

Cantiglio, sui sentieri della libertà Il massacro della 86° Brigata Issel
25 Aprile 2017 ore 08:30
Foto di Angelo Corna

 

Esistono ancora luoghi dimenticati, sconosciuti alla maggior parte dei bergamaschi. A Cantiglio, un piccolo borgo della Val Brembana, sotto le pendici del monte Cancervo, il tempo si è fermato a cinquant’anni fa. Qui, tra i prati e i ruderi delle cascine, si è combattuta una delle lotte partigiane più cruente delle valli orobiche. Il 25 Aprile, festa della Liberazione, questo borgo montano della Val Taleggio torna a vivere e commemora i suoi martiri partigiani, trucidati dalle truppe nazifasciste il 4 dicembre 1943: al Bivacco Presanella, che anni fa ospitò questi soldati della libertà, si tiene la Festa della Montagna, che celebra la Resistenza nella Val Brembana. E, per un giorno, i muri di Cantiglio raccontano.

La storia dell’86° Brigata Issel. Tra l’ottobre e il novembre del 1943, a Cantiglio, piccolo nucleo abitato solo d’estate, nasce una banda partigiana. Ne è comandante il maggiore Vincenzo Ausilio, originario di Foggia, giornalista di Milano. Ausilio lascia presto le redini a Giorgio Issel, ex sottotenente di artiglieria, colto e capace al comando: ha ai suoi ordini qualche decina di uomini di diversa origine. Nel gruppo sono presenti elementi di spicco della Resistenza bergamasca: Penna Nera, i fratelli Angiolino, Valentino Quarenghi, Gastone Nulli, ex tenente del controspionaggio e discusso personaggio delle vicende partigiane in Valle Brembana. E poi alcuni ex prigionieri neozelandesi, greci, francesi, inglesi e una decina di giovani di San Giovanni Bianco. L’ottantaseiesima Brigata Giorgio Issel, così viene chiamata, dispone di alcuni fucili mod. 91 e di un mitragliatore Breda, con scarse munizioni.

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La nascita della banda non passa naturalmente inosservata e già a fine ottobre il segretario del fascio di San Giovanni Bianco Carlo Galimberti ne rende nota l’esistenza al comando fascista di Bergamo. A fine novembre, avvertiti di un possibile rastrellamento, quasi tutti i componenti della banda abbandonano Cantiglio, rifugiandosi sulle alture del monte Cancervo. Nel piccolo borgo resta solo un piccolo presidio, capitanato da Issel stesso che, viste le abbondanti nevicate, ritiene improbabile un rastrellamento a breve scadenza. Sbaglia. La notte fra il 3 ed il 4 dicembre un centinaio di militi fascisti e una cinquantina di SS tedesche, al comando del capitano Bussolt, assalgono Cantiglio da tre diverse posizioni. Mentre la prima squadra sale dal Ponte del Becco, un secondo gruppo parte dall’Orrido della Val Taleggio e i più numerosi lasciano la frazione di Pianca dopo aver preso in custodia il parroco Don Ugo Gerosa, in contatto con i partigiani. Sotto la minaccia delle armi lo costringono, insieme a due ragazzi (i cugini Giovanni e Guido Dogadi) a far loro da guida verso Cantiglio.

«Ero di turno alla seconda centrale – racconta Giovanni Dogadi – quando un gruppo di tedeschi armati, dopo aver scavalcalo il cancello, si mise a bussare con forza al portone. Aprii e i tedeschi mi intimarono di seguirli per far loro strada verso Cantiglio. Non mi lasciarono nemmeno il tempo di mettermi gli scarponi e dovetti uscire con gli zoccoli. Fatti pochi passi lungo il ripido e sconnesso sentiero coperto di neve, gli zoccoli si ruppero e fui costretto a proseguire a piedi nudi, con continui scivoloni. Arrivati ai prati di Cantiglio, mi fu ordinato di tornare indietro, cosa che feci di corsa. Lungo la discesa, tra uno scivolone e l’altro, mi giunse l’eco dei colpi di mitraglia che sparavano».

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Don Ugo Gerosa, allora parroco di Pianca, narra quegli attimi drammatici: «Nevicava a dirotto ed erano circa le tre di notte. La neve rendeva arduo il cammino. Legato con una corda perché non potessi fuggire, cercai con ogni mezzo di dare qualche segnale ai partigiani del nostro arrivo. Già prima, dalla mia canonica, mentre stavano arrivando i fascisti, avevo acceso ripetutamente la luce, malgrado l’oscuramento, nella speranza che qualcuno se ne avvedesse e sospettasse che c’era in corso questa azione. Anche lungo la strada cercai di mettere sull’avviso i partigiani accendendo, col pretesto di fumare, numerosi fiammiferi. Ma tutto fu inutile. Arrivati all’inizio dei prati che si distendono sotto il nucleo delle cascine di Cantiglio, venni liberato e costretto a tornarmene a casa. Così mi fu impossibile fare altri tentativi per avvertire quei poveri sventurati che credo stessero dormendo» (Fonte: I martiri di Cantiglio di Giuseppe Giupponi).

Colti di sorpresa, i partigiani di Issel iniziano un disperato e vano tentativo di resistenza. Sorpresi con le armi in pugno, Giorgio Issel, il francese Raimond Marcel Jabin e il sangiovannese Evaristo Gallizzi vengono trucidati senza pietà. Gli altri partigiani presenti riescono a stento a mettersi in salvo, mentre altri quattro vengono catturati e risparmiati perché non trovati in possesso di armi. Finiranno poi in un campo di concentramento tedesco. Le truppe nazifasciste, prima di lasciare Cantiglio, saccheggiano e incendiano tutte le baite, compresa la chiesetta della piccola frazione. È il 4 dicembre 1943. Il giorno seguente, il messo comunale di Taleggio, Abramo Bellaviti, salito in Cantiglio per ordine dei Carabinieri, trova i corpi dei tre partigiani abbandonati sopra un mucchio di ghiaia, crivellati di pallottole. Jabin ha anche il ventre squarciato e il volto segnato da colpi di pugnale. I tre caduti vengono portati a Pizzino con l’aiuto dei compagni superstiti e sepolti tre giorni dopo, senza cerimonia alcuna. I solenni funerali avverranno solo dopo la Liberazione.

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I tre martiri di Cantiglio. Giorgio Issel, ebreo nato nel 1919, era imparentato con la famiglia Cima di San Giovanni Bianco. Dopo l’otto settembre aveva scelto la strada della resistenza attiva entrando a far parte del gruppo Carenini che operava nel Lecchese. Disperso questo gruppo nel rastrellamento del 18 ottobre, aveva raggiunto con alcuni compagni la Valle Brembana, scegliendo appunto Cantiglio per ricostituire la formazione che prenderà il nome di 86° Brigata Giorgio Issel. Raimond Jabin era stato invece un maresciallo aviatore di Fontainbleau. Evaso dal carcere della Grumellina, aveva trovato rifugio a Villa d’Almè, unendosi al gruppo di Issel dopo un rastrellamento. Evaristo Galizzi, nato a San Giovanni Bianco nel 1922, era uno dei tanti che aveva preferito la clandestinità piuttosto che l’esercito della Repubblica Sociale. Ai tre Martiri di Cantiglio è stata dedicata la piazza centrale di San Giovanni Bianco.

Cantiglio oggi. Oggi, chi sale in Cantiglio ha la percezione di trovarsi di fronte a una cartolina in bianco e nero. Non ci sono corrente elettrica (non c’è mai stata) né acqua corrente. Una fontana in muratura è presente un centinaio di metri prima della chiesa di San Lucio, ed è l’unica fonte d’acqua. Il silenzio che vi regna è quasi surreale. Mai vi si incontra anima viva. Solo durante la stagione estiva vi si trova un branco di cavalli, portati dai fattori residenti in Pianca e lasciati liberi di pascolare sui prati. Alcune delle stalle sono state ristrutturate dopo rogo di quella lontana notte, così come la chiesina di San Lucio e il Bivacco Presanella, di proprietà privata e chiuso ai passanti. Una targa, posta all’ingresso del bivacco, ricorda il sacrificio dei partigiani. Sono ancora molte le stalle e le cascine diroccate e lasciate a se stesse. E, proprio in questi giorni, un incendio sta devastando le pendici del Monte Cancervo, compromettendo inesorabilmente flora e fauna di un luogo che era da decenni la dimora dello stambecco, del cervo e dell’aquila. Da Pianca fino agli orridi della Val Taleggio, posti proprio sotto il Borgo di Cantiglio, sono bruciati circa 100 ettari tra boschi e terreni. A noi il dovere di ricordare, sempre e comunque.

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