Che cosa ne resta

C’erano a Bergamo quattro cimiteri

C’erano a Bergamo quattro cimiteri
02 Novembre 2018 ore 09:20
Foto Bergamopost/Mario Rota

 

A partire dal 1810, in pieno regime francese, la città di Bergamo si adeguò ai decreti napoleonici, tra cui il più famoso, quello di Saint Cloud del 1804, che imponeva la costruzione di cimiteri civici per questioni d’igiene e di salute pubblica. L’editto in questione comportò dei grandi cambiamenti, dato che fino alla fine del Settecento le sepolture avvenivano all’interno delle chiese o in spazi ad esse adiacenti, tra cui il sagrato. Proprio per questo motivo la terra era considerata “sacra”, cioè consacrata, da cui il nome generico esteso anche alle nuove aree di “camposanto”. Tra le varie novità, quella meno digerita dal clero e dai fedeli era la possibilità di concedere la sepoltura anche a persone non cristiane o suicide, prima collocate in terra non consacrata.

 

 

I quattro cimiteri di quartiere. In ottemperanza a tali disposizioni, Bergamo cominciò a dotarsi di quattro cimiteri, uno per ogni grande rione dell’abitato:

  • Quello di San Giorgio nel quartiere della Malpensata, tra la chiesa e il parcheggio-area mercato, soppresso nel 1904.
  • Quello di Santa Lucia di forma pentagonale, posto nel quartiere omonimo, tra le vie Broseta e Lapacano, poi divenuto sede dell’ENEL (Ente Nazionale per l’Energia Elettrica) e oggi complesso residenziale.
  • Quello di Valtesse all’imbocco della Valle Brembana, di forma ottagonale, che doveva servire Città Alta (sia per plebei che nobili privi di cappella privata all’interno delle chiese), Borgo Canale e Valtesse e corrisponde all’attuale Campo Utili in via Cristoforo Baioni
  • Infine quello di San Maurizio dal perimetro rotondo, posto presso la chiesetta documentata dal 1154, successivamente ceduta alle monache benedettine che occupavano il vicino convento di San Fermo (attuale chiesa di San Fermo).

 

 

Il grande Monumentale. Poi, l’8 giugno 1896 la municipalità della nostra città decide di costruire il nuovo, grande cimitero unico, concretizzatosi tramite un bando di concorso nazionale: il nuovo cimitero si sarebbe costruito accanto a quello già esistente di San Maurizio, che a differenza degli altri tre non sarebbe stato abbattuto, bensì inglobato nel nuovo impianto e destinato alle sepolture dei bambini. Il progetto vincitore sui quasi cinquanta pervenuti fu quello dell’architetto milanese Ernesto Pirovano, che dopo alcun problemi di natura tecnica e burocratica prese il via solo nel 1900. Nel 1905 i lavori furono sospesi e ripresero solo nel 1910 per concludersi nel 1913, benedetto dal vescovo Gaetano Camillo Guindani. Le prime sepolture, però, ci furono già nel 1904.

 

 

Il cimitero di San Maurizio. Chiaramente la nuova apertura comportò la soppressione di tutti i preesistenti camposanti, di cui non restano più alcune testimonianze se non alcune pietre di riporto e recupero oltre che la memora collettiva. Tutti tranne San Maurizio, situato dietro la Chiesa di Ognissanti del nostro Cimitero, che restituisce pietosamente lapidi di recupero o parti di iscrizioni funeree applicate sulla cortina muraria: a cognomi altisonanti si affiancano ricordi più generici, così come alcuni nomi di letterati riposano a fianco di quelli di artisti e narratori della nostra storia visiva. La sensazione che si respira passeggiando lungo i vialetti paralleli la muratura è quella dell’oblio, della sospensione eterea, della dimenticanza, in una sorta di affronto alla memoria degli uomini che hanno contribuito a tenere alta la nostra storia e la nostra cultura: pare aleggi ancora tra quelle mute pietre grigie.

 

 

Alcuni morti illustri. Ecco ad esempio la lapide di Enrico Scuri (Bergamo 1806 – 1884), allievo alla Scuola dell’Accademia Carrara prima e poi direttore del prestigioso istituto per quasi quarant’anni. Forse anche per questa ferma continuità in vita venne sempre accusato di essere un classicista senza speranza, aderente alla tradizione e per nulla predisposto all’innovazione, invece così richiesta all’epoca; molti estimatori gli mossero pesanti critiche, preoccupati del fatto che limitasse la scuola ad un ambito prettamente provinciale.

E trattando di morte, come non notare sarcasticamente la lapide di Vincenzo Bonomini (Bergamo 1757 – 1839), allievo di Fra Galgario, al servizio indistintamente dei governi veneziani, francesi e austriaci (“basta che paghino” da sua stessa asserzione). Specializzatosi in ritratti è noto soprattutto per il suo capolavoro assoluto, posto all’interno della sua Parrocchia natia, quella di Santa Grata inter vites in Borgo Canale, dove attorno all’abside dell’altare principale campeggiano i famosi Macabri, realizzati prima del 1816 in una suggestiva cornice, a ricordo e contemporaneamente monito di come la morte sia sempre con noi e ci accompagnai fino alla dipartita dell’anima dalla carne e dalla vita terrena.

Forse sarebbe il caso citare ogni nome più o meno noto presente su quelle pareti, ma l’invito è di andare a visionare quelle porzioni della nostra storia personalmente, perché le sorprese non mancano.

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