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Un grande dell'arte

Che ci faceva Bramante a Bergamo?

Che ci faceva Bramante a Bergamo?
Viva Bèrghem 24 Febbraio 2015 ore 12:15

La mostra di Bramante, aperta in queste settimane alla pinacoteca di Brera per il cinquecentenario del grande architetto, si apre con un trionfale reperto bergamasco. È il grande affresco con il filosofo Chilone, che faceva parte del ciclo di sette filosofi che Bramante aveva affrescato sulla facciata del palazzo del Podestà in piazza Vecchia.

Che ci faceva Bramante a Bergamo? E perché dipinse quelle grandi figure che come scrisse Arnaldo Bruschi, il maggiore studioso dell’architetto, sono collocate «in una inquadratura architettonica dipinta che riplasma illusionisticamente il fronte di costruzioni medievali»? La storia di questa committenza è infatti affascinante e in parte densa di misteri. Innanzitutto non è chiaro perché un uomo del talento di Bramante si decise a lasciare la natia Urbino, centro di committenza artistica del massimo livello. Certamente c’entra l’influsso di Venezia, che in quel periodo aveva il potere su Bergamo. Ebbe un ruolo decisivo Francesco Diedo, capitano a Bergamo in quegli anni, e diplomatico di primissimo livello della Serenissima. Diedo era stato inviato a rappresentare Venezia ai funerali di Battista Sforza, moglie del duca di Montefeltro, ad Urbino. È lui il personaggio che convinse nel 1477 Bramante a salire a Bergamo. Allettandolo con cosa? Con l’idea di un’impresa  pubblica, ben pagata e dal grande valore politico.

Poco più di un anno prima infatti era accaduto un fatto che aveva scosso il consenso di Venezia a Bergamo: era morto il grande capitano di ventura Bartolomeo Colleoni e sulle sue immense fortune si era aperta una partita giocata con la massima spregiudicatezza da Venezia, la città che Colleoni aveva servito e dalla quale vantava ancora grandi crediti. Gli emissari di Venezia si erano catapultati al capezzale del capitano al castello di Malpaga per blindare testamenti ed evitare che le volontà del defunto prendessero il largo. L’operazione riuscì perfettamente, ma lasciando una sensazione di sconcerto. Così il podestà Simone Badoer decise di affidare all’artista procuratogli da Francesco Diedo un’opera dalla grande valenza retorica. Sulla facciata del palazzo dello stesso podestà sarebbero stati rappresentati sette filosofi greci simboleggianti le qualità del buon governo. Chi saliva in Città Alta si trovava così davanti questo grande manifesto del buon governo, capace di spazzare via le critiche e far tacere le malelingue.

Oggi di questi affreschi, ritrovati nel 1927, restano pochi frammenti. Tra questi quello meglio conservato è certamente il filosofo spartano Chilone, che richiamava il valore dell’umiltà di chi governa. Infatti la sua figura statuaria è accompagnata da questa scritta: «Jupiter alta humiliat er umilia exaltat». Giove umilia i superbi ed esalta gli umili. Ma perché c’era bisogno di chiamare uno come Bramante da Urbino per realizzare un’opera di propaganda politica come questa?  Uno che oltretutto era più architetto che pittore? Nella scelta ci fu probabilmente un calcolo preciso: c’era bisogno di qualcuno che desse una dimensione monumentale a queste rappresentazioni; che avesse un pensiero imponente da inquadrare in spazi grandi ma non giganteschi. Bramante disegnò queste nicchie già pienamente rinascimentali in cui inserì figure che assumevano così proporzioni gigantesche. Se il filosofo Chilone si alzasse in piedi certamente andrebbe a battere la testa contro qualche architrave e contro quel pergolato in fuga prospettica che  Bramante si era annotato dopo aver visto gli affreschi di Mantegna a Padova. Bramante insomma era necessario per dare energia retorica e linguaggio moderno a quella decorazione di auto propaganda del governo della città.

L’operazione certo colpì nel segno. E l’anno dopo per Bramante sarebbe iniziata la grande avventura milanese al servizio di Ludovico il Moro.

 

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