E arriva il corso in inglese

Dall’Uganda al Papa Giovanni 50 medici e 280 infermieri in corsia

Dall’Uganda al Papa Giovanni 50 medici e 280 infermieri in corsia
Viva Bèrghem 02 Ottobre 2017 ore 12:22

Nei prossimi due anni arriveranno in città cinquanta medici e 280 infermieri dall’Uganda che frequenteranno un corso di specializzazione all’ospedale Papa Giovanni. Tutto il personale medico africano sarà ospitato in un’intera ala del Seminario, unendo così - non solo idealmente - le due grandi realtà cittadine dedicate al pontefice bergamasco. Per l’ospedale un elemento di prestigio internazionale e un buon affare economico: nelle casse del Papa Giovanni entreranno infatti quattro milioni di euro. E anche per il Seminario ci sarà un guadagno: ma soprattutto una parte della struttura tornerà a vivere.

Una collaborazione storica. Il rapporto fra il nostro ospedale e l’Africa è ormai storico. Sia perché molti medici, durante le vacanze, prestano il loro servizio volontariamente in quei Paesi, sia perché gran parte delle apparecchiature degli ex Ospedali Riuniti sono state donate ad alcuni ospedali africani. Due anni fa, l’allora presidente della Repubblica dell’Uganda aveva dato l’incarico a una società specializzata di costruire un ospedale ad alta tecnologia che diventasse un punto di riferimento sanitario per tutta l’Africa centrale. Un progetto decisamente ambizioso per quell’area del mondo. I dirigenti e i tecnici della società organizzarono una ricognizione dei migliori ospedali europei di ultima generazione e dopo la visita al Papa Giovanni decisero di prenderlo come modello.

 

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Un accordo per la formazione. Col tempo la collaborazione si è estesa al campo sanitario e al direttore generale del Papa Giovanni, Carlo Nicora, è venuta l’idea di proporre una collaborazione in ambito formativo, fornendo a medici e infermieri africani le conoscenze necessarie ad operare in un ospedale ad alta tecnologia. L’accordo è stato firmato un mese fa. Ed è qualcosa di unico in Italia. In questi giorni una delegazione scientifica del Papa Giovanni raggiungerà il Paese africano per fare le selezioni. L’avvio del progetto formativo sul campo è previsto all’inizio del prossimo anno. Tra le altre cose, questa collaborazione permetterà ad alcuni medici dell’ospedale di Bergamo di mettere nel loro curriculum un percorso di tipo formativo universitario e, qualora lo volessero, partecipare in futuro alle idoneità per diventare professori universitari. Il fatto poi che la lingua ufficiale degli “studenti” sia l’inglese obbligherà tutti i reparti ad attrezzarsi in tal senso: un passo indispensabile in vista di un altro obiettivo del nostro ospedale: aprire, all’ultimo piano delle torri, venti letti di medicina internazionale.

 

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Le nuove frontiere della formazione. La nuova frontiera in ambito formativo del Papa Giovanni non finisce qui. Il nostro non è un ospedale universitario, ma il 23 ottobre alla Facoltà di Medicina e chirurgia della Bicocca di Milano partirà un corso di medicina in lingua inglese, fortemente innovativo, riservato a una trentina di studenti, che vede coinvolti, oltre al nostro ospedale, l’Università di Bergamo (per le biotecnologie) e l’Università del Surrey (per le scienze di base). Gli studenti ammessi sono una ventina di italiani e cinque-dieci stranieri. L’ospedale di Bergamo metterà a disposizione la struttura, i medici, gli infermieri, ma soprattutto i malati. Le domande di ammissione a questo corso sono più di 400, a dimostrazione che l’interesse da parte degli studenti a formarsi in un ospedale d’eccellenza, con tutti i livelli di complessità delle patologie e con primari e medici in grado di insegnare sul campo è una prospettiva ambita.

Racconta Carlo Nicora: «Storicamente il nostro ospedale non aveva mai aperto le porte alle università. Due anni fa Bicocca, che come le università americane vuole creare un forte legame con i grandi ospedali del territorio, è venuta a proporci di fare a Bergamo un corso di medicina in lingua inglese. In prima battuta la nostra risposta è stata: “Non ci interessa, lo fa già il San Raffaele, lo fa Humanitas”. Al rettore però ho detto: “Provate a vedere cosa si fa fuori dall’Italia e tornate con una proposta innovativa, in modo tale che l’ospedale metta a disposizione la struttura”. Dopo un anno sono ritornati proponendo un modello didattico innovativo, il primo di questo genere che si sperimenta in Italia.

 

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Qual è l’aspetto di novità? «Attualmente - spiega Nicora - il corso di medicina prevede per il primo anno gli insegnamenti di biologia, istologia, chimica, fisica; il secondo anno anatomia, istologia; il terzo anno patologia generale, le patologie speciali, le cliniche e così via. Il nuovo modello è invece caratterizzato, nei primi due anni, dallo studio delle scienze di base. Gli altri quattro, divisi per materia, prevedono sei “vertical track”. In parole povere, quando si affronta, ad esempio, il settore ortopedico-traumatologico, per sei mesi vengono studiate tutte le patologie legate a questo ambito. Questa proposta ha incuriosito i clinici del nostro ospedale, anche perché i professori dal terzo anno in poi saranno i nostri medici che diventeranno docenti a contratto. Per fare questo seguiranno un corso di metodologia dell’insegnamento con docenti provenienti dall’estero».

Una svolta per il Papa Giovanni, che Nicora ha commentato con orgoglio: «Il fatto che il nostro ospedale, che ha una grande tradizione di formazione sul campo, si metta in gioco con gli studenti significa molto per noi. Così come la partecipazione diretta dell’università di Bergamo. A me hanno insegnato che quando alzi il piano inclinato i sassi rotolano».