«Dèsdes!»

Genitori bergamaschi io vi amo

Genitori bergamaschi io vi amo
27 Ottobre 2018 ore 04:30

Questo weekend i miei genitori sono venuti a trovarmi a Torino, dove abito da qualche mese. Sono approdati in città nel primo pomeriggio. Ma ci siamo incontrati solo alla sera. Il messaggio diceva: «Arrivati, ci vediamo a messa alla Real Chiesa di San Lorenzo alle 18.30». Le mie compagne del sud hanno commentato, sconcertate: «E mamma tua non corre ad abbracciarti subito?». Io ho sorriso, e avrei voluto spiegare, con tutto il cuore di cui sono capace, che l’amore per i bergamaschi non è uguale. Nemmeno quello di mamma e papà. Negli anni l’ho ricevuto – a volte con la grazia con cui si riceve uno scappellotto di quelli decisi, d’accordo – e poi l’ho affettuosamente vivisezionato.

Quindi, la prima grande regola dell’educazione genitoriale bergamasca è: lavora. Il che significa: studia se hai da studiare, fai sport al massimo delle tue possibilità, esercitati con la musica ogni giorno se stai imparando uno strumento. In qualsiasi caso, adoperati per. Temprati, ambisci, costruisci. Dopodiché, non contare su alcuna remunerazione emotiva. Che si dice: «Papà, ho preso 9 nella versione di greco», «Te facc ndóma ol tò doér» (Hai fatto solo il tuo dovere). La vita è dura, io te la voglio insegnare. Testa bassa e via andare. Le cose si fanno per il loro valore intrinseco, non per i complimenti. Verità.

 

 

Da qui, l’indiscutibile necessità di presentarsi, sempre e in qualunque condizione, a scuola o al lavoro. Febbre e gambe rotte non costituiscono scusa utile al sottrarsi. È con orgoglio che padri, madri e nonni scandiscono la frase: «Mai saltat ü dé de laurà in töta la me éta» (Mai saltato un giorno di lavoro in tutta la mia vita). Mai, e non scherzano. Con la stessa puntuale perseveranza, in un mondo in cui fare sconti e trovare attenuanti ai pargoli è la regola, loro invece rinforzano ai figli la spina dorsale. Perciò, nemmeno lamentare fatica è lecito. A meno che non si voglia incorrere nel pacato e sarcastico: «A’ póerì, a’ che te süghe zó» (Ah poverino, guarda che ti asciugo il sudore). Rincarato dall’eventuale: «Vado a prendere una salvietta», per assolvere meglio al compito. E nobilitato dal sempiterno: «I se lömenta per ol trop botép» (Si lamentano per il troppo buontempo). Altra verità.

Anche la malattia subisce lo stesso trattamento al ribasso. Un ridimensionamento che riporta la realtà a misura di volontà, la rende affrontabile come il filare di un campo. Se si sente freddo, il rimedio è semplice, un coercitivo invito al ridestarsi: «Möes fò ‘mpó che te se scóldet» (Muoviti un po’ che ti scaldi). Un mal di pancia, ma pure una tristezza, non si curano certo con le medicine, verso le quali persiste, nei genitori orobici, una radicata diffidenza, bensì con la formula magica: «Sta’ mia lé a cuàl però». Non stare lì a covarlo, a coccolartelo, il male. Non rimuginarci sopra. Alzati, fai altro. Combattilo.

 

 

Il fare, quindi. La soluzione a tutto. La panacea. Ma c’è di più. Perché il fare è anche sfumatura di un certo pragmatico ottimismo. Borbottante ottimismo, d’accordo. Ma pur sempre positivo. Ad esempio, la giornata inizia presto, per i genitori bergamaschi. Quando ci si alza alle sette e alle sette e dieci si è già al pc a lavorare, magari in pigiama, si incorre comunque in un padre già vestito e pronto, col suo incentivante: «Dèsdes!»,  cui fa eco il briosissimo: «Sö, sö, sö!». Sono già le sette del mattino, non senti il sangue della zappa che scorre in te e la campana che chiama? Forza, il sole è altissimo. La vita passa. Tu dove sei, ancora?

C’è anche un altro invito, ugualmente fermo, che sconfina stavolta nella poesia. È il «Pàsa là denàcc de mé» (lett. Passa là davanti a me, ne avevamo parlato qui). Altra spinta perfetta al fallo-e-basta, qui la questione è però un po’ più sottile. Perché se pàsa là è l’ordine incontrovertibile, l’ennesima sveglia, denàcc de mé è bellezza. È esserci. È dire: «Vai a fare questa cosa anche se non hai voglia e costa fatica, perché è una cosa bella. E ci vai davanti a me, perché io ci vengo, fisicamente o meno, sono qui dietro di te. E io lo faccio, perché dietro di me c’era qualcuno, una volta. Che mi ha fatto vedere questa cosa bella, della fatica e del partire». È l’esempio, che poi è l’unico modo di insegnare davvero, senza bisogno di troppi vuoti giri di parole.

 

 

Perché delle parole, tra l’altro, i genitori bergamaschi fanno incredibile economia, educati come sono all’essenziale, all’odio per lo sperpero e l’arzigogolo. Perciò, portare la loro pazienza al limite sortirà solo l’esplicitazione di poche temibili eloquentissime sillabe: «Próega!». E niente, lì ci si deve fermare, perché la misura è colma, il limite sta per essere valicato. L’invito è fasullo, naturalmente, non c’è proprio nulla da provare. La frase continuerebbe con: «Provaci, a fare questa cosa, e non sai che fine fai». Troppo lunga. La sola parola basta, di solito accompagnata da uno sguardo che non lascia spazio a dubbi. Se proprio si sente magnanima, la genitrice talvolta esplicita meglio: «Ada che come t’ho facc te dèsfe» (Guarda che come ti ho fatto ti distruggo). Legittima, sacrosanta rivendicazione. Che involontariamente ci ricorda la gratitudine. Dopotutto, ci ha dato la vita. E – a meno che non siamo immersi in uno spleen di dimensioni cosmiche e colossali – tenerlo a mente può farci soltanto del bene.

Comportarsi male, poi, risveglia la manifestazione di uno degli altri grandi pilastri dell’educazione orobica: la vergogna. «Gh’et mia érgogna…?» (Non ti vergogni?) è la frase con cui siamo stati cresciuti per sentirci a disagio se ci stiamo rilassando da più di un quarto d’ora davanti alla tv, ma anche se siamo vestiti alla meno peggio per andare a una cerimonia, se rispondiamo male a un adulto, se teniamo la casa in disordine, se ci scordiamo di andare a trovare la nonna e fingiamo di dimenticarci gli orari delle messe. Certo che ce l’abbiamo, vergogna. Ci piacerebbe tanto, a volte, essere degli impuniti, fare spallucce come ci insegna la realtà là fuori. Invece, di solito, finisce che ci alziamo dal divano. E riconsegniamo ordine e senso al nostro piccolo mondo. Educazione vera, che non ci abbandona mai.

 

 

Questo senso di pudore guida ogni parola e ogni azione, come una sorta di imperativo categorico onnipresente. Mai essere fuori luogo, mai farsi gli affari degli altri, mai fare ol de piö o i stüpidèle, mai scordarsi che un riserbo composto è la scelta migliore, per muoversi nel mondo. «Fam mia fa di figüre perché guai» (Non farmi fare figure perché guai). Guai. Che può succedere, in effetti, se si eccede nella leggerezza e nella stupidità? Niente. Ma non sta bene. Terza impersonale. Chi non sta bene? Così, in genere. Non si fa. Perché? Perché è una regola. E quindi? Bisogna rispettarla. È agonismo con se stessi, vivere. È arrivare in fondo senza rimettere ogni volta in discussione tutto, accettando e basta. E se si azzarda un lamento, la risposta è: «Perché, te manca ergót?» (Perché, ti manca qualcosa?). Nulla, proprio nulla, in effetti.

Anzi. A partire dall’unico abbraccio di saluto che mi ha dato mia madre quando è ripartita. Più un bacio piccolo sulla guancia. E dalla mano sulla spalla – una frazione di secondo – di mio padre, dopo avermi visto parlare su un palco. Gocce di splendore, nella loro assoluta, centellinata, magnificata verità. Come si fa a non amarle?

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