Risponde un ricercatore Unibg

I dieci anni che hanno cambiato vita ed economia della Bergamasca

I dieci anni che hanno cambiato vita ed economia della Bergamasca
22 Gennaio 2018 ore 05:00

Che cosa è cambiato a Bergamo negli ultimi dieci anni? La nostra provincia ha davvero smarrito risorse e progetti per un possibile rilancio? Paolo Barcella, ricercatore di Storia contemporanea all’università di Bergamo, ha risposto a queste domande nell’ultimo numero della rivista Il Mulino intitolato Viaggio in Italia. A Barcella, esperto di storia delle migrazioni e del lavoro, è stato chiesto di raccontare le mutazioni della nostra provincia dopo gli anni della crisi.

Proviamo a rileggere l’ultimo decennio. Da dove partiamo?
«Dall’industria, o meglio dalla de-industrializzazione. Che da noi era cominciata già al l’inizio degli Anni Ottanta, con le prime aperture di fabbriche bergamasca all’estero. La de-industrializzazione con la crisi ha registrato una forte accelerazione».

Una svolta che ha modificato la struttura della nostra economia.
«Non solo dell’economia, ma della Bergamasca in senso più ampio. Tenga presente che per tutto il Dopoguerra la nostra terra è stata uno dei centri produttivi più importanti del Paese e questo ha consentito alla popolazione di accumulare un’enorme quantità di ricchezza, sulla quale ancora oggi una parte riesce a vivere».

 

Cartolina della Val Seriana di una volta.

 

Una ricchezza che…?
«Ha permesso a tantissimi bergamaschi di costruirsi la casa, di acquistare auto e in molti casi la seconda casa. Ha dato l’opportunità ai lavoratori di pensionarsi in età relativamente giovane e di ottenere pensioni che oggi li mettono in condizione di mantenere i figli. Di tutto questo l’industria, e in particolare l’industria tessile, è stata il cuore».

Non lo è più?
«Non lo è più, anche perché, oltre al tessile, la crisi ha colpito un settore, l’edilizia, che era l’altra gamba su cui si reggeva il tessuto imprenditoriale. Perfino nell’immaginario collettivo il nostro era un popolo di muratori e tutti ricordano le centinaia di furgoni che ogni mattina scendevano dalle valli per raggiungere l’area di Milano. Gli anni della crisi hanno messo a dura prova tutto questo, a partire dalla Valseriana che proprio sull’industria tessile e sull’edilizia aveva costruito una forza tale da essere definita “la Valle dell’oro”».

Lei ha scelto come emblema di questa fine d’epoca la chiusura della Honegger, industria tessile della Valseriana. Come mai?
«Perché la Honegger racconta un pezzo importante della nostra storia. Una storia che in un primo tempo fu di importazione aziendale, quando gli industriali cotonieri svizzeri-tedeschi arrivarono in Bergamasca nella seconda metà dell’Ottocento. Qui c’erano condizioni favorevoli per installare le imprese: mano d’opera a basso costo, una radicata etica del lavoro e risorse idriche. Queste aziende ci aiutano anche a capire perché esiste un rapporto forte e consolidato fra Bergamo e alcune località svizzere di emigrazione. I nostri abitanti si dirigevano in un alcune zone della Svizzera perché gli imprenditori locali favorivano i contatti con i loro omologhi o con loro parenti nel Canton Glarus o nel Canton Zurigo. Ci sono testimonianze di emigranti bergamaschi che dicevano: “Partivamo con quelli della Honegger di Torre Boldone”. In tal senso, la storia di questa fabbrica sintetizza e illumina un pezzo importante di storia industriale e sociale del nostro territorio».

 

L’interno di una baracca di muratori bergamaschi a Gsteig, in Svizzera, nel 1955 circa.

 

Cos’è rimasto oggi di quella storia e della “Valle dell’oro”?
«In Val Seriana sono cambiate tantissime cose. Di quel mondo sopravvive poco più che la memoria. Rimane tuttavia una valle ricca di risorse, accumulate nel tempo anche dagli stessi lavoratori, attenti al risparmio, che consentono oggi alla popolazione di mantenersi in condizioni più che dignitose rispetto ad altre zone del Paese».

Anche se per molti lavoratori la crisi ha voluto dire cassa integrazione e prepensionamenti…
«Sono state tante le persone che hanno conosciuto il precariato in un’età avanzata. Oggi abbiamo dei cinquantenni che si rivolgono alle aziende di lavoro interinale e vengono occupati a intermittenza. Ma che riescono comunque a mantenersi perché possono contare sulla pensione di un genitore, su un salario o su qualcuno che dà loro una mano».

A pagare il conto della crisi sono stati quei lavoratori e, soprattutto, i giovani.
«Solo vent’anni fa era difficile immaginare dei ragazzi che a Bergamo non lavorassero e non studiassero. Oggi sono una realtà. Una volta, se non studiavi andavi a lavorare. Si è prodotta anche molta disoccupazione femminile, rientrata nel lavoro con contratti a tempo determinato nei servizi. In qualche modo, comunque, si è riusciti ancora a integrare i salari. Non ci si arricchisce più, però si sta in piedi».

 

La partenza di un gruppo di emigranti di Sant’Omobono per la Svizzera negli anni Cinquanta.

 

Stiamo dando fondo alle riserve?
«Non direi, tante persone vivono grazie alla ricchezza accumulata in passato, ma c’è stata anche una tenuta complessiva».

Anche perché nei momenti più difficili, oltre alle riserve accumulate, la chiesa ha fatto da ammortizzatore sociale.
«Sicuramente. Abbiamo una delle chiese più solide, ricche, forti d’Italia e in molti casi si è fatta carico dell’assistenza ai più deboli. Anche perché ha ancora tanti preti, rispetto al resto d’Italia. Non va dimenticato che Bergamo è stata una delle culle del cattolicesimo sociale».

L’immigrazione come si è inserita in questo percorso?
«La storia della Bergamasca dagli Anni Cinquanta in poi è stata di piena occupazione, con addirittura la necessità di importare manodopera. Questo fino ad anni recenti. Anche quando l’industria è andata in difficoltà, altri settori hanno richiesto manodopera straniera, basti pensare alle badanti. Con la crisi, tuttavia, c’è stato un rallentamento dei flussi migratori e si sono verificati dei rientri. Una delle cose meno note è che ci sono stati dei rientri nella forma di cittadini italiani di origini straniere. Mi spiego: ci sono albanesi, ad esempio, che sono arrivati qui piccolissimi, sono diventati italiani e sono ripartiti da cittadini italiani per andare in Albania o…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 7 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 25 gennaio. In versione digitale, qui.

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