Antidoti (giovani) alla crisi

FabLab in Via Gavazzeni Per innovare basta condividere

FabLab in Via Gavazzeni Per innovare basta condividere
27 Agosto 2014 ore 04:00

Nel 1998 Neil Gershenfel, direttore del Center for Bits and Atoms of Massachusetts Insitute of Technology (MIT) di Boston aprì un nuovo corso universitario, convinto che i suoi studenti non fossero in grado di mettere in pratica quello che avevano appreso o immaginato. Il titolo: How to make (almost) anything – Come costruirsi quasi (qualsiasi) cosa. Gli studenti, alla prima lezione, si sentivano come sull’equipaggio della nave stellare di Star Trek, dove grazie al “replicatore” si poteva generare qualsiasi cosa. La fantascienza di Guerre stellari oggi è realtà, e si chiama “Rivoluzione dei Makers” (coloro che fanno). La teoria riscopriva il valore della pratica.

Il primo FabLab è nato al MIT di Boston, nel 2002. Da allora sono stati censiti nel mondo 252 laboratori (dati International FabLab). In Italia, il primo arriva a Torino, nel 2011, in occasione della mostra Stazione Futuro, per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Nel Belpaese è un boom. Se ne contano 43, non tutti laboratori di fabbricazione, ma comunque riconducibili alla filosofia di collaborazione e sperimentazione che vuole rilanciare e rivoluzionare la manifattura locale. FabLab esiste anche a Bergamo, in via Gavazzeni, in Patronato Hub, da un’idea di Barbara Ventura e Vittorio Paris. L’accesso ai workshop, ai progetti e agli strumenti è pubblico. Per partecipare basta sottoscrivere la FabLab Charter.

Sul territorio sono attive iniziative che promuovono l’idea del FabLab. I campus estivi destinati agli studenti delle scuole medie. La realizzazione di un padiglione per Bergamo Scienze, nato dalla collaborazione tra gli studenti della facoltà di Ingegneria, gli studenti del corso per falegnami, e dallo staff FabLab. Il progetto per il riciclaggio della plastica, da riutilizzare come materiale di stampa 3D. La collaborazione tra FabLab, realtà imprenditoriali del territorio e Università per avviare una ricerca che affini il rilievo fotogrammetrico di edifici architettonici con i droni e scansione 3D.

L’Economist parla dei FabLab come della “Terza rivoluzione industriale”. Che è anche occasione per creare posti di lavoro, perché i FabLab sono un’interessante alternativa alle filiere produttive distrutte dalla crisi. Riportano l’industria manifatturiera tra le mura “domestiche” del Made in Italy: fare un oggetto in casa, a queste condizioni, è conveniente. E quindi, competitivo. Con un valore aggiunto, l’open source: tutti i progetti vengono condivisi e realizzati con strumenti “aperti”. Tutte le specifiche degli oggetti sono totalmente disponibili online, senza misure di copyright o segretezza. Chiunque può utilizzarle, modificarle, potenziarle.

FabLab. dall’inglese fabrication laboratory, laboratorio di fabbricazione. Fab è anche fabulous, meraviglioso, incantevole. E  anche fabulare, dal latino, raccontare, conversare, condividere la meraviglia del processo creativo. In concreto, si tratta di una piccola officina che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale. Moderne botteghe di creatività in cui la fantasia si plasma sulla tecnologia. Il FabLab sfrutta le nuove tecnologie digitali (stampanti 3D, mini-processori, circuiti) per creare prototipi, piccole serie, prodotti customizzati. Cioè: immagini un oggetto, lo progetti al computer, lo produci materialmente con un clic, invii il progetto via e-mail al destinatario finale. E poi condividi il risultato online, a livello mondiale, attivando una rete di interscambio creativo e imprenditoriale.

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