Senza perdere la speranza

I racconti dei ragazzi, grazie a Giulia L’ultima parola non è il dolore

I racconti dei ragazzi, grazie a Giulia L’ultima parola non è il dolore
13 Maggio 2015 ore 05:00

In testa ha una bandana e zero capelli, il sorriso è coperto da una mascherina da ospedale, ma gli occhi ridono e la mano è stretta a quella del vicino di posto. Ha vinto il primo premio della sezione Scuola in ospedale con una poesia che ha lo stesso nome che sta scritto sulla sua cartella clinica, Linfoma. E che lui definisce «una tegola in testa». Dopo di lui sfilano gli altri vincitori, i secondi classificati, le menzioni speciali che la giuria ha dovuto inventarsi in corsa, spiazzata da 600 fra testi, disegni e video arrivati per raccontare storie di sofferenza e speranza.

Questa è la premiazione di un concorso, Un gancio in mezzo al cielo – Storie di speranza o, come dice il papà di Giulia Gabrieli, «una finale di Champions». I premiati han buttato dentro la palla, ma in squadra ci stanno tutti, docenti, medici, volontari dell’associazione e anche gli sponsor che hanno reso possibile tutto questo. Giulia Gabrieli se n’è andata sorridendo a 14 anni, dopo aver lottato come una guerriera contro una malattia che ha fatto solo finta di andarsene, prima di tornare. I suoi cari e i suoi amici hanno visto che è possibile vivere una sofferenza così grande senza perdere la speranza, e tra le mille cose che si sono inventati, l’associazione Con Giulia in primis, c’è anche questo concorso.

[Un video di Giulia Gabrieli]

 

Chi c’era venerdì all’auditorium del Natta (pieno come l’ultima metro a Milano prima che cominci lo sciopero) ha visto lacrime di commozione, sorrisi, abbracci e anche la rabbia di Luigi Pelazza, la Iena di Italia 1 che poco prima di Natale ha guidato l’invasione degli inviati in completo nero al Papa Giovanni. Non per denunciare magagne ma per cantare, e raccogliere fondi per un progetto in cui c’entra – e tantissimo – ancora Giulia. Pelazza ha dato voce a tutti i nostri pensieri, quando vediamo un bambino, magari il nostro, soffrire per una malattia, o perché qualcuno se ne è andato. «Mi fa incazzare che mio figlio stia male. Non voglio vivere sperando, voglio che queste cose non accadano. Voglio che dopo la speranza ci siamo da fare per cambiare le cose»: il fumo, l’inquinamento e tutto quello che ci aiuta ad ammalarci. E ammette, con schiettezza da Iena. «Quando mi hanno detto che mio figlio era malato mi dava fastidio chi cercava di consolarmi. Non salutavo nessuno».

Ha ragione Luigi, quando ti capita la tegola in testa non puoi solo aspettare che passi, se passa. I ragazzi del concorso ci hanno ricordato che si vive, anche in quei momenti. Non per dei santini consolatori, o per la retorica dei buoni sentimenti, succede e basta. Succede che la tua sorellina non parla, non cammina, ma ti dà «gioia solo a guardarla». Succede che un bambino racconti del tempo passato in un orfanotrofio dell’est, aspettando una mamma e un papà che poi sono arrivati, e non recrimini su quello che non ha avuto, ma gioisce di quello che ha. Come la ragazza che ha perso il padre a quattro anni e sa che l’importante è «il bene che mi ha voluto, non quello che non abbiamo potuto fare».

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Quella platea colorata, nei volti e nei vestiti, a tratti indisciplinata, accovacciata in ogni dove, ha messo in scena la buona scuola, quella che c’entra con la vita. Quella dove puoi essere guardato a vista dall’insegnante di sostegno, perché ogni tanto ti scappa di urlare, ma a prendere il primo premio per la scuola dell’infanzia ci vai da solo. Quella dove puoi raccontare con la freschezza dei tuoi pochi anni e i termini tecnici di un professore a contratto la tua complicata diagnosi, chiarendo una volta per tutte che «le bugie non servono a niente, meglio sapere». I brani premiati raccontano di dialoghi fra coetanei («Guarisci, perché senza di te lo zucchero filato non ha lo stesso sapore») o fra genitori e figli, capaci di spiazzare. Perché quando la mamma, una volta guarito, ti chiede: «Sei felice adesso?», tu stupito rispondi: «Ma mamma, ero felice anche prima!».

Fabio Finazzi del Corriere è un giornalista navigato, ma gli trema la voce, su quel palco è soprattutto un amico di Giulia: «Siamo stati travolti dal fiume in piena della vostra speranza, dal promettente talento di voi giovani generazioni». Brett Easton Ellis, proprio sull’inserto culturale del Corriere di domenica, accusava: abbiamo cresciuto i figli anestetizzandoli, il dolore per loro non esiste. Ha ragione, ma dopo aver visto i ragazzi del Natta cercherò di ricordarmi più spesso «come sono belle le cose che fanno piangere e ridere insieme» (cit. Oscar Milosz).

 

Pubblichiamo di seguito uno dei racconti premiati. 

Una pallina da ping-pong

Aprì gli occhi a fatica, accecata da una luce di un bianco intenso.
Era morta?
Forse sì, visto il candore che la circondava; ma cos’era quell’odore pungente di disinfettante e medicine?
Si trovava in una camera d’ospedale. Senza sapere né come ci era arrivata né perché.
Una fitta improvvisa alla gamba la fece trasalire.
Doveva essersi fatta molto male, probabilmente aveva qualcosa di rotto. Ma come era successo?
La sua memoria era piena di falle, riusciva a stento a ricordarsi chi fosse. Si sentiva come in un sogno.
La porta si aprì ed entrò un uomo con un lungo camice bianco e una cartelletta tra le mani.
– Laura, ben svegliata – le sorrise, tranquillo. – Come stai? –
– Sono stata meglio – borbottò lei.
– Sicuramente. Hai il femore fratturato, non è molto piacevole – constatò.
– Da quanto tempo sono qui? –
– Poco più di ventiquattro ore. Sei stata incosciente per un po’ –
– E cosa mi è successo? –
– Hai avuto un incidente. Un pirata della strada ti ha investita mentre attraversavi. Starai con noi per qualche tempo, quindi rilassati e goditi per la permanenza – concluse il medico, chiudendo il fascicolo e lasciando la stanza con un sorriso.

 

– Cos’ha? Me lo dica, la prego – singhiozzava sua madre oltre la porta. Piangeva. Perché?
– Signora, ho qui il referto degli esami – questa volta era stato un uomo a parlare; il tono era grave. – I problemi di memoria di sua figlia sono dovuti a questo – Il suono di pagine sfogliate raggiunse le sue orecchie.
Sentì la donna trasalire.
– Quanto è grave? – Quello era suo padre, invece, ne era piuttosto sicura. A cosa si stava riferendo? Perché nessuno parlava chiaramente?
Quella situazione la confondeva. Aveva la sensazione che le stesse sfuggendo qualcosa di importante; la sua mente giocava con i ricordi, mescolandoli e confondendoli in un vortice impazzito. Come quando al luna park scendi da quelle giostre infernali: tutto ti gira intorno così veloce che ne intuisci i contorni, ma non riesci a fissarli in forme definite…
– Maligno – Dopo questa parola piombò il silenzio nel corridoio, un silenzio rotto solo dai rumori lontani dell’ospedale, simili a ronzii. – Ha colpito la zona dell’ippocampo: la memoria a breve termine di Laura è inutilizzabile. Avete già avuto a che fare con i suoi “black out”, non è vero? Dovete prepararvi ad affrontarli sempre più spesso. Potrebbe dimenticare qualunque cosa in qualunque momento. Persino chi siete voi o chi è lei stessa –
“Black out”? Cosa voleva dire? Cosa aveva colpito cosa?
Cosa stava succedendo?
– Ma si può curare, giusto? Mia figlia guarirà? – La voce di suo padre era un misto di rabbia soffocata e disperazione abissale.
– Mi dispiace… – Un sospiro precedette le parole crudeli. – Non è operabile. Possiamo provare con la terapia ma… Potrebbe essere questione di pochi mesi… –

 

– Laura, guarda chi è venuto a trovarti! Ci sono tutti i tuoi amici! – esclamò sua madre, con tono fin troppo allegro. Non avrebbe ingannato nessuno, ancora meno sua figlia, i cui sensi si erano fatti più acuti in quei giorni così strani.
La ragazza guardò il gruppo appena entrato con aria smarrita. Non riconosceva nemmeno uno di quei volti. – I miei amici…? Io non credo di… – mormorò.
Il silenzio che calò nella stanza rese assordante il singhiozzo che sfuggì al controllo di sua mamma.
– Non si preoccupi signora, non pianga. Ci siamo abituati – disse prontamente una ragazza, avvicinandosi alla poltrona dove sedeva l’amica. – Come stai, Laura? Ti ricordi di me? – le sorrise.
– Io non mi sono abituato affatto – sussurrò un ragazzo appoggiato allo stipite della porta. – Come si fa ad abituarsi a questo? –
– Se vuoi fare la vittima vai da un’altra parta – replicò un altro, deciso. – Laura non si ricorda di noi, ma noi ricordiamo benissimo ogni momento passato con lei e non ne dimenticheremo nemmeno uno, anzi, ce ne saranno sempre di nuovi, vero, Là? –
E rimasero lì a scherzare come quando erano in classe, rumorosi come sempre, mentre lei li guardava a tratti, come a intermittenza; a momenti rideva o si inseriva nei discorsi dei ragazzi, altre volte taceva, e il suo sguardo diceva che si trovava ormai altrove.

 

Si sentì bussare alla porta. – Avanti – disse Laura, distogliendo lo sguardo dalla finestra. Sull’uscio stava un ragazzo vestito con il pigiama azzurro che era la divisa dei pazienti dell’ospedale. Dimostrava circa la sua età, ma il colorito cereo e l’espressione affaticata lo facevano sembrare molto più vecchio.
– Ehi, sei tu quella con la pallina da ping pong nel cervello? – chiese, senza alzare gli occhi dalla scatola nella quale stava frugando. – Mi hanno praticamente obbligato a passare a presentarmi, gli altri vogliono conoscerti. Ti mandano cioccolato, frutta, un libro, cianfrusaglie… Wow, si sono proprio sprecati – scosse la testa con aria critica.
Al suo esordio la ragazza era rimasta spiazzata. – Scusami tanto, ma non capisco cosa tu stia dicendo. Cosa avrei nel cervello? È un nuovo tipo di insulto? E soprattutto chi sei? – ribatté, piccata.
Lo sconosciuto sollevò la testa, sorpreso. Aveva due occhi azzurrissimi, che la fissavano con intensità. – Ah, già… Me lo avevano detto. Problemi di memoria, eh? Comunque, io sono Andrea, solo con qualche globulo bianco di troppo. Vedi di ricordarti di me – disse, e il sorriso con cui sparì oltre la porta sarebbe stato davvero difficile da dimenticare.

 

Non lo dimenticò, infatti.
Né quel giorno, né quelli seguenti.
I medici non capivano come fosse possibile, il male sembrava essersi fermato.
Non azzardava ipotesi sul futuro, ma intanto osservavano stupefatti come quei due ragazzi che passavano insieme ogni minuto libero delle loro giornate si facessero reciprocamente del bene: lei aiutandolo ad affrontare i cicli di chemio che aveva sempre rifiutato con caparbietà; lui parlandole di continuo, facendola ridere, inventando dei ricordi assurdi, ai quali, però, lei credeva, scherzando sui suoi vuoti di memoria, stringendola forte la mano quando sentiva che la sua coscienza stava volando via.
Non era finita.
Non era nemmeno iniziata.
Ma in due si poteva tentare.

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