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Andando verso lo stadio

La cascina di viale Giulio Cesare, dove il tempo s'è fermato (a metà anni Cinquanta)

I fratelli Alessandro e Maria Verzeri sono nati qui, lei nel 1927, lui nel ’34, e non si sono mai spostati. Intorno è cambiato il mondo... Coltivavano tutti i terreni fino a Monterosso, poi sono arrivati i condomini

La cascina di viale Giulio Cesare, dove il tempo s'è fermato (a metà anni Cinquanta)
Viva Bèrghem Bergamo, 19 Dicembre 2020 ore 14:10

di Paolo Aresi

C’è un pezzetto di Bergamo che è rimasto fermo nel tempo. Precisamente si è fermato alla metà degli anni Cinquanta, un passo prima che arrivasse il boom economico. È facile da identificare: si trova in viale Giulio Cesare, andando verso lo stadio, sulla sinistra. Lo vedete al di là della Morla, una cascina formata da due piccoli edifici, con davanti una bella ortaglia, una cascina che non c’entra nulla con i palazzoni che le sono cresciuti intorno. Nella cascina abitano un uomo e una donna: i fratelli Alessandro e Maria Verzeri.

Alessandro ha quasi 87 anni, Maria 94. Vivono da soli. Lei cucina, sistema la casa, lui tiene l’orto, la piccola serra, provvede ai lavori di manutenzione. La loro casa è rimasta quella di allora: il tavolo con la cerata, la stufa economica che funziona a legna, le gabbie con i canarini, le sedie di legno consumato, la cassapanca, il camino (temporaneamente chiuso). Maria come tutte le donne di una volta sopra l’abito porta un grembiule (ol scossal) e sopra il grembiule, a coprire le spalle, uno scialle di lana, azzurro, autoprodotto con aghi e lana nei pomeriggi accanto alla stufa.

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Buongiorno signor Alessandro, come va?

«Va bene, come vuole che vada. Non ci fossero quei platani che mi buttano tutte le foglie sull’orto... Ma me lo dice lei come si fa a far crescere le piante in questo modo? Siamo su un viale, non nella foresta. Io sono nato contadino, le dico che le piante bisogna potarle, quelle bisogna abbassarle di quattro-cinque metri: diventano anche pericolose».

Lei è nato qua?

«Sono nato qua il 7 marzo del 1934 e di qua non mi sono mai mosso. Nemmeno mia sorella. Eravamo in cinque, siamo rimasti io e lei».

Lei non si è mai mosso, ma qui è cambiato tutto.

«Certo, tutto. Quando ero bambino, la Morla non andava giù dritta lungo il viale come vede oggi. Là dove hanno costruito il Sacro Cuore, la Morla curvava, ma non a gomito, si allargava e scorreva dove oggi c’è il campo di calcio dell’Excelsior. Scendeva di là, lambiva il borgo, poi rientrava e scendeva sotto il ponte di Borgo Santa Caterina e via Pitentino. E poi andava giù sotto il parcheggio e il palazzetto, che ovviamente non esistevano, questo però è successo più avanti, verso il 1963».

La Morla è stata canalizzata.

«Sì, qui in viale Giulio Cesare, il progetto è dell’ingegner De Beni, che era uno davvero in gamba. Sarà stato il 1938 o giù di lì».

Tutti questi condomini…

«Non ce n’era nemmeno uno. Il primo è questo azzurro vicino a noi, costruito nei primi anni Cinquanta».

Era tutta terra coltivata?

«Certo, dove lei vede i condomini erano campi di grano, granoturco, erba. Il mio papà faceva il contadino e quando ci furono quei lavori conobbe l’ingegner De Beni. Noi eravamo in affitto e lo siamo ancora oggi, i padroni abitano a Milano».

E il campo dell’Excelsior?

«I fascisti, quando spostarono la Morla, vollero il prato del mio papà per fare il campo per le loro esercitazioni. Doveva essere aprile perché il mio papà gli chiese di lasciargli almeno raccogliere il grano. Come risposta quelli lo presero a bastonate. E ci portarono via tutto. Forse era appena iniziata la guerra. Poi il campo lo ha gestito il macellaio di Borgo Santa Caterina, il signor Signorelli che era davvero una brava persona. Sua moglie è morta l’anno scorso a 104 anni».

Il mondo è cambiato e lei e sua sorella non vi siete mai mossi.

«Il mondo non è cambiato poi come crede lei. In apparenza. Ho visto arrivare la televisione, la radio e il telefono c’erano, ma chi ce li aveva? Pochissimi. Poi sono arrivati i computer, Internet. Adesso tutti hanno in mano il telefono e non possono più liberarsene. Adesso parli con l’amico che sta a New York, ma non parli con la vicina sul pianerottolo. Il fatto è che la gente è sempre uguale».

Che cosa vuol dire?

«La gente una volta era meno istruita, ma più educata, semplice. C’erano rapporti umani belli. Però allora come oggi c’erano le persone brave e quelle di cui non ti potevi fidare. Non è cambiato niente, in fondo».

Lei che cosa ha fatto nella vita?

«Prima aiutavo il mio papà che faceva il contadino, ma lavorava poi anche alla Fervet perché glielo aveva chiesto l’ingegner De Beni che era il padrone. Brava persona. Facevamo anche tre, quattro quintali di verdura che portavamo al mercato dove adesso c’è la biblioteca, in via San Giorgio».

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