Rendering a ritroso

La chiesa scomparsa di Gandino rivive nei disegni di Bepi Rottigni

La chiesa scomparsa di Gandino rivive nei disegni di Bepi Rottigni
08 Maggio 2017 ore 09:51
In copertina, il rendering della chiesa di Gandino realizzato da Bepi Rottigni.

 

Una chiesa scomparsa e una probabile gemella, ma anche un metodo di ricerca che consente di immaginare luoghi e storie di grande interesse. Riservano sorprese e spunti di approfondimento gli studi realizzati a Gandino da Giuseppe Rottigni (per tutti Bepi) impegnato da anni in ricerche documentali per riscoprire l’origine e l’evoluzione del borgo monumentale del paese, ove vive e lavora come fotografo.

Rendering “al contrario”. Rottigni ha semplicemente deciso di invertire la tendenza, sempre più diffusa in architettura, di poter scrutare in anticipo i nuovi progetti, verificandone aspetto e impatto attraverso simulazioni 3D sempre più stupefacenti, al punto da non distinguerle da una normale fotografia. Sono i cosiddetti rendering, che ci fanno immaginare oggi la realtà di domani. Rottigni, attore dilettante e regista di documentari, si è semplicemente rivolto, invece, all’indietro: con il supporto di documenti d’archivio e ricerche sul campo, realizza disegni dettagliati di luoghi gandinesi andati perduti, dei quali non esiste documentazione fotografica.

 

Bepi Rottigni

 

La storia recuperata. «Sono innamorato della storia del mio paese – conferma – e unisco la passione per il disegno a quella per le ricerche d’archivio. Incrocio la consultazione di pergamene e manoscritti con verifiche dirette sui luoghi, dove a suffragare le mie ipotesi ci sono archi, “chiamate” e murature inglobati in nuovi contesti». Al suo attivo Rottigni ha decine di tavole, pubblicate con rigorosi testi di accompagnamento sul mensile La Val Gandino e, nel 2012, nel libro Gandino, la storia, edito dal Comune. Per ricordare le antiche porte della cinta medievale gandinese (ormai disperse), il Comune ha realizzato venti pannelli che, direttamente nei vari luoghi, fanno immaginare la conformazione originaria di piazze, vie e incroci grazie alle tavole di Rottigni.

 

A sinistra, la chiesa di Gandino nell’affresco di Brescia.
A destra, l’interno della chiesa dell’Incoronata a Martinengo.

 

La chiesa scomparsa di Gandino. Negli ultimi mesi Bepi ha dato nuova vita alla chiesa del Monastero di Santa Maria delle Grazie e San Bernardino, eretta a Gandino a metà del Quattrocento. È andata dispersa con la costruzione e gli ampliamenti dell’ex ospedale, oggi Casa di Riposo, e la demolizione definitiva degli ultimi ambienti risale al 1964. «L’opera – spiega Rottigni – fu avviata nel 1476 nel pieno di un fervore edificatorio avviato quasi trent’anni prima con l’ampliamento della chiesa parrocchiale del XII secolo (poi sostituita nel Seicento dall’attuale Basilica). La chiesa faceva parte del Monastero dell’Ordine Francescano degli Zoccolanti». Il rendering a mano di Rottigni è un fine disegno colorato che propone l’allestimento interno della chiesa. È basato innanzittutto su una tavola planimetrica (oggi dispersa) del 1800 redatta dall’ingegnere Carlo Capitanio, quando il monastero era stato soppresso ormai da un secolo (1798) dalla Repubblica Cisalpina. «Le dimensioni erano importanti: circa 48 metri di lunghezza (25 dall’abside al corpo divisorio con apertura ad archi e 23 da questo alla facciata) e 19 di larghezza. A rendere possibile il lavoro di ricerca e suffragare molte ipotesi sono stati alcuni muri ancora presenti in loco, uno scatto di Foto Wells degli anni Sessanta (prima della definitiva demolizione) e i ricordi di quando, ragazzo, visitavo il presepe allestito in quegli ambienti ormai in rovina».

 

Particolare della pianta della chiesa Ad Ruviales.

 

Suggestiva, ma supportata da precise ricerche, l’ipotesi che a progettare la chiesa scomparsa di Gandino sia stato oltre cinque secoli fa lo stesso architetto che disegnò il Convento di clausura di Martinengo (fondato nel 1475 e voluto da Bartolomeo Colleoni) con la chiesa dell’Incoronata, legato al complesso della Sacra Famiglia. «In quel caso – spiega Rottigni – la chiesa presenta solo quattro cappelle nel lato sinistro. A Gandino gli altari inizialmente si trovavano solo nelle cappelle del lato sinistro e nel presbiterio. Nella visita di San Carlo Borromeo (1575) questi erano già aumentati di due, mentre nel secolo successivo erano saliti a undici. Inoltre l’esterno della chiesa è raffigurato in un affresco del 1713 esistente nel convento di San Giuseppe a Brescia».

Nel rendering a ritroso di Rottigni gli affreschi riprodotti sulle pareti e sui pilastri delle arcate, come quelli sulla parete del transetto, riproducono gli originali che sono custoditi nel Museo della Basilica di Gandino, recuperati in loco prima della demolizione. La loro distribuzione è stata applicata dall’autore con un criterio che considera sia le dimensioni che le forme, nonché i personaggi sacri, ma anche la disposizione della chiesa di Martinengo. «Sono convinto – conclude Rottigni – che l’esecutore degli affreschi sia sempre lo stesso per le due chiese, particolarmente per le analogie nei personaggi evocati». Le ricerche continuano.

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