Lavorare per la comunità

«La cultura è anche stracchino» Parola di Carminati, valdimagnino

«La cultura è anche stracchino» Parola di Carminati, valdimagnino
09 Marzo 2017 ore 06:00

Sono venuta qui a Ca’ Berizzi (Corna Imagna), una delle sedi del Centro Studi nonché bibliosteria, per chiedere ad Antonio Carminati di raccontarmi la sua storia e soprattutto la storia di questa passione per il suo territorio bergamasco (Valdimagnino, meglio non omettere).

Buonasera Antonio, tanto per cominciare raccontami come è nata questa faccenda del Centro Studi Valle Imagna.
«Il Centro è stato per così dire “concepito” durante il mio primo mandato di sindaco, quindi si parla dell’inizio degli Anni Novanta. Non avevamo proprio l’idea di un centro come poi è venuto fuori, ma in quel periodo eravamo riusciti ad attivare un programma europeo che riguardava lo sviluppo delle aree rurali. Grazie a questi fondi si è per la prima volta creato un gruppo di soggetti, privati e pubblici, che avevano interesse a promuovere il cambiamento del territorio. Così abbiamo restaurato la contrada di Arnosto (Fuipiano) e Ca’ Berizzi, in parte. E da lì si è creato un gruppo di persone, che avrebbero poi dato vita insieme a me al Centro».

Data di nascita ufficiale del Centro?
«30 gennaio 1997, atto costituivo davanti al notaio. Ma la prima iniziativa era già stata fatta il 13 maggio 1993, in seguito al clima creatosi attorno ai due restauri. Eccolo qui, è tutto raccolto nel nostro primo libro in assoluto, Gente e terra d’Imagna. In seguito a questa e altre iniziative, il gruppo di persone che c’erano dietro ha deciso di fondare ufficialmente il Centro Studi».

 

 

Chi c’era in questo gruppo?
«Era molto eterogeneo, ma a noi piaceva così. Eravamo in quindici-venti persone, tra cui Vittorio Maconi (antropologo), Costantino Locatelli (professore e ricercatore a cui è intitolata questa biblioteca), Mario Carminati (agronomo), Alessandro Ubertazzi (professore universitario di architettura), Giorgio Locatelli che è l’attuale presidente. Ma non era solo gente “impor tante” per così dire, c’erano anche operai, imprenditori, artigiani. Il gruppo era ben composto per riflettere sui problemi dello sviluppo, perché i suoi componenti rappresentavano tutta la società!».

E quale idea unanime avete partorito, nonostante il detto “tace cò, tace crape”?
«Abbiamo fondato il Centro Studi come laboratorio di pensiero, doveva essere quello che proponeva le iniziative. Poi ci doveva essere una società che invece si occupasse del livello pratico, giusto perché non volevamo diventare un cenacolo letterario. Purtroppo però, quando si muovono dei soldi, le “crape” cominciano ad andare ognuno per la sua strada, e quindi i due livelli non si sono mai integrati e la società non è sopravvissuta».

A questo punto il Centro Studi Valle Imagna ha iniziato ad agire.
«Hai detto bene, agire. Adesso ti svelo una cosa. Tutti lo chiamiamo Centro Studi Valle Imagna per comodità e perché identifica subito la nostra zona. Ma la ragione sociale vera è un’altra. (Afferra il volantino e me lo mostra col dito). “Centro studi di cultura, economia e amministrazione della montagna”».

Un po’ lunghetto.
«Da qui la semplificazione. Però qui ci sono i tre elementi fondamentali del nostro progetto. La cultura, ovviamente; la conoscenza deve essere la base. Economia, il lavoro. Il lavoro non lo si può dimenticare parlando di territorio bergamasco. E poi amministrazione, quindi il governo del territorio per poterlo guidare. Come ti dicevo, niente cenacoli e sale da tè. Qui si fa qualcosa di concreto per le comunità locali. Deve essere una cultura che si sporca le mani».

 

 

Questo è tipicamente valdimagnino! (Anche bergamasco dai, non siamo campanilisti.)
«Sì, sì (dice con malcelato orgoglio). Vedo che ne vai fiera anche tu».

Decisamente.
«Bisogna produrre il cambiamento. Ecco perché il Centro Studi non si è limitato a fare solo libri e ricerche. Ed era proprio così che avevamo pensato. Prendi il libro Gente e terra d’Imagna. Lì c’è il manifesto, ideologico e operativo, vai a vedere cosa c’è scritto. È ancora valido. “Qualsiasi iniziativa progettuale territoriale o ambientale deve essere formulata solo in seguito alla definizione della strategia comune a tutti i suoi abitanti.” Si parla di strategia, quindi vuol dire “piano d’azione”, non solo teoria. E poi “per tutti i suoi abitanti”, quindi nel rispetto delle persone che fanno il territorio».

Come è stata accolta questa idea?
« All’inizio eravamo soli, ci davano tutti dei pazzi. Anche le istituzioni, sai, un anno ci sono un altro no, perciò dovevamo renderci autonomi per essere più forti. Ci serviva una casa».

Adeguatissimi allo spirito del luogo.
«Esatto. E finalmente è arrivata, nei primi anni 2000. Il Cav. Carlo Locatelli (uno dei soci fondatori), ci ha dato una mano e ha acquistato sopra la banca di Sant’Omobono l’ex appartamento del direttore. Sono 120 metri quadri. Lì abbiamo la nostra prima sede, che funziona benissimo. Ci abbiamo messo la nostra biblioteca e le nostre sale per riunioni e altre attività. Finalmente eravamo in casa nostra, e non dovevamo elemosinare più un posto a nessuno. E lì siamo partiti alla grande».

Vedo qui sulla parete un bel po’ di libri con la vostra copertina.
«Abbiamo pubblicato circa tredici collane che comprendono circa 170 libri. Le collane sono fatte apposta per creare dei percorsi di ricerca facilitati per chi è interessato. Ma non abbiamo solo scritto dei libri».

 

 

Non l’ho pensato nemmeno per un momento.
«Non abbiamo mai smesso di fare promozione e sviluppo. Una delle azioni emblematiche che ti porto a esempio è la costituzione del “Tesoro della Bruna”, una cooperativa che racchiude varie aziende agricole produttrici di formaggi fatti con il latte di mucca della razza bruno alpina, allevate in Valle Imagna. Quando è venuta fuori l’idea, nel 2011, bisognava in parole povere decidere se il Centro Studi si fosse occupato di stracchini o no! E ci sono state molte discussioni ovviamente, l’assemblea si era divisa in due».

E avete deciso, infine, che fare stracchini è un attività culturale?
«Certamente! Lo stracchino ha la stessa importanza di un libro».

Sono le 20.30, in questo momento ne ha di più.
«Ecco, appunto. Il formaggio è un condensato di ambiente e conoscenza che rappresenta appieno lo spirito del nostro Centro Studi. È un’esperienza importante, che le persone avvicinano anche meglio di un libro, soprattutto a quest’ora. Poi non potevano mancare, tra le nostre attività, quelle di recupero edilizio, da cui tra l’altro ha preso avvio tutta la faccenda».

I bergamaschi e le case.
«C ’è tuttora un’emergenza edilizia, ci sono strutture storiche come questa che vanno salvate e soprattutto fatte vivere. Abbiamo provato più volte a proporre le nostre idee in Regione, ma non ci davano molto ascolto. Così abbiamo pensato di dare un esempio concreto. Abbiamo acquistato la Roncaglia, qui a Corna e abbiamo voluto dimostrare che quel bene, come tanti altri può ancora avere un valore economico importante. Ne abbiamo ricavato una locanda, rispettando lo spirito del luogo che già era una fiaschetteria in precedenza. Il contesto quindi è più che autentico, e siamo riusciti a farlo rivivere. La locanda funziona, ci lavorano due persone ed è aperta tutto l’anno. Lavorano tanto!».

E la gente? Cosa diceva?
«Come al solito, ti prendono per matti. La gente del posto non ci crede, anche alcuni dentro al Centro Studi non volevano metterci mano per paura anche della responsabilità. Infatti inizialmente ci venivano soltanto avventori “da fuori”. Però poi, piano piano, anche le persone del luogo si avvicinano, si ricredono e soprattutto la usano, che è la cosa più bella per un posto così. Quel successo ci ha dato il via per altri progetti».

 

 

Ca’ Berizzi?
«Sì certo. Dal primo restauro fino al 2009 era stato tutto abbandonato e saccheggiato. Ci hanno portato via due campane dal tetto e i contorni dai camini. Perché è così, quando le cose non sono usate, diventano di tutti e di nessuno. Invece poi siamo riusciti a fare un bel lavoro con la bibliosteria, dando a questo luogo il solito taglio culturale ma anche economico».

La solita “politica dello stracchino”?
«Si!».

Avete in mente altri progetti?
«Alla Roncaglia creeremo una sala esterna dove c’era la vecchia stalla, contenente ancora dei libri e un tavolo per i gruppi numerosi. E poi ad Arnosto ci piacerebbe aprire un posto simile alla bibliosteria, dove invece dei libri siano esposti gli oggetti. Chi viene può conoscere e vivere tra le mura e le vecchie cose, che costituiscono sempre la nostra cultura».

Quando hai iniziato ad occuparti da giovane di progetti di sviluppo, avresti mai immaginato tutto questo?
«No, assolutamente. Tutto è nato spontaneamente dal fare, giorno dopo giorno. Tu hai un’idea, ma poi le cose quotidianamente rinascono ed evolvono cammin facendo. Quando ho cominciato avevo semplicemente voglia di fare qualcosa. Come ti ho detto, il lavoro ha preso il sopravvento!».

Siamo proprio valdimagini, insomma.
«C’è anche un’altra caratteristica importante, oltre questa del “realizzare concretamente”. La generosità. Secondo me viene sottovalutato, o meglio frainteso il concetto di lavoro che abbiamo noi. Perché alla fine, anche se realizzi qualcosa di personale, il suo effetto ricade sempre sugli altri, sulla tua comunità. Ho visto tanta gente lavorare per risolvere dei problemi, che poi diventavano anche sfide personali, ma sempre con dei benefici sul piano collettivo locale».

Dopo tutto questo lavoro di educazione al territorio, cosa vorresti dire agli autoctoni che a volte ancora non tengono in grande considerazione la loro terra?
«Che bisogna credere di più nelle cose che abbiamo e in noi stessi come portatori di identità. Molti bergamaschi e valdimagnini hanno creato delle fortune dal niente, in passato. La stoffa ce l’abbiamo, ma anche il materiale! Abbiamo un patrimonio ambientale, agrario, ma anche architettonico e culturale straordinario. I posti sono lì che aspettano di essere reinterpretati e usati, ne abbiamo le capacità».

Bisogna crederci.
«Bisogna crederci, ma “alla bergamasca”».

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