Alle 21.30

La poetica dell'Orchestra Karasciò è il regalo d'agosto del Goisis

La poetica dell'Orchestra Karasciò è il regalo d'agosto del Goisis
Viva Bèrghem 01 Agosto 2018 ore 10:55

Non c'è niente che abbia il sapore dell'estate come le serate di agosto. Il mese sonnacchioso per eccellenza, quello nel quale tutto rallenta, il tran-tran va in stand by, tutto si ferma. Tutto, naturalmente, tranne gli estivi di Bergamo, che anzi trovano nuova linfa nella voglia di passare un po' di tempo all'aria aperta in pieno relax di tutti coloro che non sono ancora partiti o che non partiranno. Al Goisis, ad esempio, non si fermano gli appuntamenti del mercoledì con i live acustici. E l'1 agosto (ore 21.30), quasi a volere festeggiare l'inizio del nuovo mese, ecco arrivare in quel di Monterosso un appuntamento di quelli veramente di livello: a deliziare il pubblico presente, gratis come sempre, c'è la Piccola Orchestra Karasciò.

 

 

Paolo Piccoli (voce e chitarra), Roberto Nicoli (basso elettrico), Fabio Bertasa (chitarra elettrica), Marco Cossali (batteria) e Francesco Moro (fisarmonica) sono "scesi" da Albino nel 2007, dando vita a un gruppo musicalmente diverso dagli altri, con le radici ben piantate nella tradizione e lo sguardo rivolto alla linea dell'orizzonte. Il folk è il loro habitat, la musica cantautorale il loro humus, la creatività narrativa e musicale la loro arma in più. Il loro repertorio è fatto di testi impegnati ma anche ironici, di musica incalzante e ritmi che ti portano a battere il piede. Uno stile unico che ha permesso all'Orchestra Karasciò di conquistarsi uno spazio di una certa irrilevanza anche su scala nazionale, sia con concerti live che con passaggi su radio e tv. A novembre 2017 è uscito il loro terzo album, Qualcosa mi sfugge, che narra attraverso le sue undici canzoni la storia del Sig. P., uomo d’altri tempi poco avvezzo alla tecnologia che vive con non poco disagio dove non si respira aria buona; un uomo che non sopporta gli imbecilli, le zanzare, i politici, le religioni e gli uffici pubblici. Insomma, una specie di album narrativo che conferma lo stile di questa band fuori dagli schemi classici.

In vista dell'atteso live di stasera alle 21.30 in quel del Goisis, abbiamo incontrato la Piccola Orchestra Karasciò per qualche domanda.

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Lo scorso novembre è uscito il vostro terzo album, edito per RadioCoop, Qualcosa mi sfugge - Storia del Sig. P.. Chi è il Sig. P.?
«Il signor P. è la rivisitazione in chiave nazionalpopolare del Sig. Palomar di Italo Calvino. Un personaggio che, nel raccontarsi, cerca di dare un senso a ciò che gli sta intorno. L'obiettivo era quello di trovar risposte. Il risultato finale, però, ha portato il sig. P. a porsi ancora più domande».

Per questo nuovo album i suoni di chitarre elettriche e acustiche, fisarmonica, bassi e batterie, si affiancano a passaggi con alcuni allargamenti strumentali (synth, archi, fiati) che diventano dettagli significativi. Come mai questa scelta?
«Per questo nostro ultimo lavoro ci siamo affidati a un produttore artistico, Giancarlo Boselli. A lui va il merito di aver allargato il nostro panorama sonoro. La scelta di un produttore è stata unanime, avevamo bisogno di "orecchie nuove" per non correre il rischio di diventare autoreferenziali».

Ascoltando l’intero album si ha l’impressione di passare attraverso un racconto, una vera storia narrata con ironia e disincanto, che prova a portare alla luce cosa c'è oltre il giro di boa dei trent'anni. Voi cosa avete trovato dopo i fatidici trenta?
«A questa domanda vi potremo rispondere veramente solo fra qualche anno, quando i ricordi e le esperienze vissute in questo periodo si saranno "depositate". Per ora navighiamo a vista in questa nuova decade, lasciandoci trascinare qua e là dalle correnti».

Parliamo allora della gratissima sorpresa dello scorso 10 giugno: due testi dell’album Qualcosa mi sfugge (Tabularasa e A canzoni non si fan rivoluzioni) sono stati selezionati per partecipare al "Primo Corso di Scrittura Poetica" del grande Mogol e di Anastasi. Com’è stato presentarsi alla corte del Maestro Mogol?
«È stata una grandissima esperienza, o per essere più chiari, una figata pazzesca. Per chi come noi scrive canzoni, conoscere uno degli autori per eccellenza della canzone italiana è un privilegio assoluto. Conoscere la persona oltre il personaggio, sentire da lui cosa lo ispira e come si approccia alla scrittura di un testo, poter avere un confronto e un giudizio sui nostri testi e le nostre canzoni è stata una palestra di vita non indifferente, una crescita artistica in tutti i sensi».