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Le venti case più belle di Bergamo

Le venti case più belle di Bergamo
21 Dicembre 2017 ore 06:30

Foto ©Bergamopost/Mario Rota

 

Ci sono posti di Bergamo dove fa piacere andare, passeggiare. Quelli sono i luoghi belli. Viceversa, ci sono zone dove proprio non viene voglia di passare: sono i luoghi brutti. È bello camminare sul viale delle Mura come passeggiare in via Tasso o in via Sant’Alessandro o in piazza Pontida. Che cosa lega questi tre posti così diversi? Che cosa li rende attrattivi? La Bergamo bella. Le case belle di Bergamo. Abbiamo chiesto ad alcuni architetti e persone di cultura di darci il loro elenco delle case più belle di Bergamo. Qualcuno ne ha inserite dieci, altri anche due o tre in più.

La casa di Gambirasio, Zenoni e Barbero. Dice Alessandra Morri, architetto a Bergamo, ma anche con esperienze all’estero, in particolare a Parigi: «È ovvio che non sia facile compilare una classifica di questo genere. Io penso all’emozione che certe case mi hanno regalato, naturalmente gli edifici inseriti nel luogo dove si trovano. Per esempio mi viene in mente quell’abitazione di via Mayr, il “Palazzetto”, che si affaccia sul parcheggino, un edificio antico, magari nemmeno troppo particolare, ma che mi dà un senso di casa, che si affaccia a ovest, da lì si vedono le Mura al di sotto, e tramonti meravigliosi. Ecco, la casa di via Mayr è tra le dieci più belle, secondo me. E poi mi viene in mente l’edificio della Rotonda dei Mille, quello progettata negli Anni Settanta da “Peppino” Gambirasio, Giorgio Zenoni, Walter Barbero, sorto sulle ceneri del vecchio teatro Duse».

 

L’edificio ex Teatro Duse di Giuseppe Gambirasio,
a colloquio, a destra, con il palazzo di inizio Novecento alla rotonda dei Mille.

 

La casa di Gambirasio, Zenoni e Barbero è certamente tra le più votate, è l’edificio della Bergamo moderna che riscuote più consensi. Dice Matteo Invernizzi, architetto figlio d’arte: « L’edificio di Gambirasio è dei più interessanti, d’altro canto fece effetto subito, appena terminato, alla fine degli Anni Sessanta. È un’architettura che non mostra segni di invecchiamento, come concezione, mentre invece avrebbe bisogno di interventi di manutenzione. Ma anche l’edificio al numero 27 di viale Vittorio Emanuele, progettato da mio padre Sergio, è notevole. Lo chiamano della Vetraria perché in quel luogo si trovava la Vetraria Bergamasca prima del trasferimento in via Angelo Mai (oggi ha cambiato di nuovo sede). Mi viene in mente anche il condominio di Gian Domenico Belotti al 48 di via San Lazzaro, sopra la Fideuram.

Il tema delle periferie “disperanti”. Io credo, in generale, che la città che sta all’interno della cinta della ferrovia sia una città che presenta non solo diversi edifici, case di qualità, ma che offra anche un tessuto, una realtà urbana abbastanza collegata, con una certa armonia. Il vero disastro sta oltre la ferrovia. Dove esistono anche interventi di valore, penso per esempio agli insediamenti di case popolari in via Carnovali o in via San Giovanni Bosco, alla Malpensata, ma per il resto tutta quell’area della città sembra distaccata, senza arte né parte, come si usa dire. Pensiamo alla città fra la Malpensata e Boccaleone: a qualcuno viene voglia di passeggiare per caso lungo via Gavazzeni? O pensiamo alla parte “moderna” di via San Bernardino, fino a Colognola… o ancora alla via Moroni, al di fuori della parte storica o ancora a l l’imbocco delle nostre valli… Sono territori cresciuti senza un’idea, senza un concetto, un collegamento. Possono esserci anche delle belle case, per carità, ma manca tutto il resto».

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È il tema delle periferie, che Secchi, urbanista che realizzò il piano regolatore di Bergamo degli Anni Novanta, insieme a Gandolfi, definì “disperanti”. Con delle eccezioni. È il tema delle “occasioni perse”, come è accaduto nell’area dell’Enel di via Nullo-via Mazzini, dove l’alta densità e dimensione degli edifici non ha aiutato a definire un luogo nuovo di città “bella”, vivibile, attraente. Sempre Invernizzi indica invece il Monterosso come esempio di quartiere nuovo concepito con un chiaro senso e una sua capacità di accoglienza e indica l’archi – tetto Gobbi, al tempo direttore dell’Iacp (Istituto autonomo delle case popolari), come artefice di quella qualità.

Le case più belle. Le case più belle scelte un po’ a caso, a spasso fra i secoli. Un plebiscito per la Casa dell’Arciprete, quella che si trova in via Donizetti. La indica, ad esempio, l’architetto Serena Longaretti, per anni presidente della sezione di Bergamo di Italia Nostra. Longaretti si sofferma sulle case storiche di Città Alta e di via Pignolo, poi indica la Casa Paleni di viale Papa Giovanni e le palazzine Pesenti di via Frizzoni per il periodo Liberty. Ma nella sua hit parade schiera anche la Casa Dolci di viale Papa Giovanni (fine Ottocento), la villa Rumi in San Vigilio (di inizio Novecento), la villa Pizzigoni di viale Vittorio Emanuele, quindi segnala il condominio al numero 24 di viale Vittorio Emanuele (progettato da Enrica Invernizzi e Sergio Crotti), ma anche la casa d’abitazione di Stefano Spagnolo e Filippo Simonetti al numero 8 di via Verdi, terminata nel 2010. E ancora, il condominio di via Mendel, finito nel 1977, progettato da Pier Francesco Ginoulhiac e Teresa Arslan e poi Le Argille a Fontana, del 1982, opera di Tosi e Magri. «In questi ultimi trent’anni – dice Serena Longaretti – la città si è sviluppata senza riuscire a porre un’armonia, un ordine. Nonostante Bergamo abbia avuto dei piani regolatori importanti, da Muzio ad Astengo, a Bernardo Secchi e Vittorio Gandolfi. Ma poi in buona parte sono stati disattesi».

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Maria Mencaroni Zoppetti non è architetto, ma donna di cultura, presidente dell’Atene o di Scienze, Lettere e Arti. Ha riflettuto spesso sulla città, sulla parte storica, sul dialogo con la città nuova e quella a venire. Nel suo elenco tornano case già citate, ma non soltanto, per esempio la casa colonica che si trova sullo spalto di Sant’Agostino, dopo la Fara, andando verso porta Garibaldi, sulla destra. Poi la casa minima di Pizzigoni al l’ingresso del Lazzaretto, la casa Lorenzelli all’angolo fra via Partigiani e via Pradello, la casa Angelini di borgo Santa Caterina, la “Bassiana” di via Nullo. Dice Maria Zoppetti: «La casa colonica alla destra dello spalto di S. Agostino mi dà l’idea di casa nel senso più intimo, domestico, anche per via della collocazione, nel verde oltre le Mura. La casa minima di Pizzigoni è un esempio di particolare armonia, intimità che poteva diventare un modello di edilizia economico-popolare. Poi la casa Angelini mi sembra importante perché credo sia uno dei primi lavori di un ingegnere e architetto che ha avuto una parte rilevante nella storia di Bergamo; segnalo anche la casa Vavassori in borgo Canale, accanto alla chiesa, con il suo chiostro defilato, progettato dall’Isabello al principio del Cinquecento. Ancora mi sembra importante la casa Paleni tra viale Papa Giovanni e via Ermete Novelli, un bell’esempio di Liberty, con le sue sculture di cemento, riproducibili, fra i primi di questo tipo di espressione artistica a Bergamo».

E passiamo a un altro “non architetto”, Ettore Tacchini, di professione avvocato, appassionato delle cose belle di Bergamo: «A me viene in mente la villa Benaglia, sopra Longuelo, la villa Liberty tra via Statuto e via Nullo alta, molto suggestiva, la Casa Stampa in viale Vittorio Emanuele, il palazzo Bassi Rathgeb in via Pignolo, la casa Secondi tra via Verdi e via Pradello, ecco, questo grande condominio oggi non fa più un effetto particolare, ma quando sorse, nei primi Anni Sessanta, colpì molto per via delle grandi finestrate che ispiravano un senso di luce, per il colore verde, per una sua eleganza nonostante le grandi dimensioni, per la parte di giardino antistante; considerando il suo tempo, fu un intervento interessante».

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Manuela Bandini è storica dell’arte e architetto, insegna al liceo Lussana. Dice: «Per me Bergamo ha un livello di architettura alto, questo è importante dirlo; la nostra città non è mai esplosa in termini speculativi, per fortuna. Certo, magari non ha più toccato il livello degli Anni Trenta, però ha sempre rispettato la meraviglia dei suoi colli e ha mantenuto in maniera costante, con poche eccezioni, una compostezza che io ammiro. Mi ricordo che un po’ di tempo fa stavo scrivendo la Guida Verde di Bergamo per il Touring Club mentre mio marito Roberto Spagnolo curava i cataloghi per la Gamec per la mostra sui decenni dell’arte a Bergamo; allora giocavamo a scegliere quale fosse la casa “più bella” di Bergamo. In realtà, le nostre classifiche finivano col comprendere le case che avremmo voluto abitare o quelle di cui ci sarebbe piaciuto essere stati i progettisti o quelle a cui eravamo legati affettivamente e per lavoro. E sono queste: La rotonda di Sesti alla Rotonda dei Mille, l’edificio di Gambirasio e Zenoni all’ex Duse, la casa di via Partigiani 5 di Maffezzoli, Palazzo Terzi, la casa di via Legionari in Polonia al numero 2 (di Vito Sonzogni), la casa al 24 di Vittorio Emanuele di Crotti e Invernizzi, la casa di via XX settembre 22 di Matteo e Sergio Invernizzi, le Case Pesenti di via Frizzoni 22, 24 e 26, la villa Leidi di Muzio in viale Vittorio Emanuele 78 e, infine la casa di via Verdi 8 di Stefano Spagnolo e Filippo Simonetti».

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