Fino al 15 maggio

Le mostre di due artisti americani che fanno risplendere la GAMeC

Le mostre di due artisti americani che fanno risplendere la GAMeC
Viva Bèrghem 19 Febbraio 2016 ore 12:59
RYAN McGINLEY – The Four Seasons
RASHID JOHNSON – Reasons
fino al 15 maggio
GAMeC, Via San Tomaso, 53
Tel. + 39 035 270272

 

La galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo rinnova il suo ruolo di apripista per i giovani talenti internazionali, invitando due artisti statunitensi alla loro prima personale in un’istituzione italiana e facendo scoprire le nuove tendenze della fotografia e della pittura contemporanea: Ryan McGinley e Rashid Johnson, entrambi classe 1977 ed entrambi newyorkesi, sono due artisti già noti nel panorama internazionale, supportati da gallerie fra le più influenti al mondo e capaci di vantare una storia espositiva in grandi istituzioni sia negli Stati Uniti che in Europa. Il loro lavoro sarà esposto in GAMeC fino al 15 maggio.

Gli artisti e la loro storia. Ryan McGinley e Rashid Johnson, uniti da questa esperienza italiana, sono in realtà artisti molto diversi fra loro. Il primo è un fotografo che ha saputo creare nel tempo una propria visione della gioventù libera e spensierata, unendola in un poetico contrasto con la natura icontaminata, dando vita a immagini complesse e affascinanti al contempo. Rashid, al contrario, usa la pittura per lavorare sulle proprie origini afroamericane e costruire messaggi che riportano e rielaborano le tracce di un’esistenza che deve fare i conti con questa doppia natura.

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Le quattro stagioni della spensieratezza. Ryan McGinley ha raccontato che le sue fotografie prevedono una fase di progettazione di circa 9 mesi e una fase di realizzazione di circa 3 mesi, in cui viaggia per gli Stati uniti con la sua troupe e con i ragazzi che diventeranno i suoi soggetti. Questa lunga fase di preparazione gli permette di cercare e scegliere i luoghi che lo colpiscono maggiormente da un punto di vista naturalistico. Due infatti sono gli elementi imprescindibili di questi scatti: da un lato una natura inesplorata, pura, nitidamente affascinante e pulsante di colori, dall’altro la spensieratezza della gioventù esaltata dalla presenza di ragazzi e ragazze che nudi e liberi interagiscono con questi spazi. La mostra in GAMeC raccoglie circa 10 anni del lavoro fotografico di McGinley riunendolo in un percorso dedicato alle stagioni che propone circa 40 fotografie.

I giovani modelli di questi scatti rappresentano la gioventù più bella e spensierata che si possa immaginare, liberata nei propri istinti dal contesto naturale in cui si trova. Un contesto che è sempre estremo, sia quando racconta di sterminati campi di fiori, sia quando mostra la potenza dei ghiacci. È impossibile pensare che queste immagini siano scollegate dal tempo in cui sono realizzate, tempi di condivisione web, di instagram e tumblr perchè in un certo senso esprimono questo essere social all’ennesima potenza. Ogni ragazzo ritratto, infatti, rappresenta un “ci sono” – “sono io in questo esatto momento”, incarnando quel connubio di protagonismo e voyeurismo tipico dei social network. Se poi pensiamo che negli Stati Uniti è illegale fotografare corpi nudi in esterno, ritroviamo anche quell’idea di trasgressione che rende le immagini ancor più affascinanti.

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Le Ragioni cantate dagli Earth wind&fire. Il testo del gruppo soul è la guida per la seconda mostra proposta in GAMeC, intitolata appunto Reasons. La cera e il sapone nero sono il tratto distintivo delle opere che Rashid Johnson presenta allo Spazio Zero per raccontare la propria ricerca. La pittura è graffiata su supporti non convenzionali – pavimenti in quercia, piastrelle in ceramica o piastrelle a specchio – mentre i diversi materiali utilizzati diventano testimonianza della cultura africana negli Stati Uniti. Il sapone e il burro di karité per esempio erano largamente utilizzati durante la Diaspora Africana e successivamente sono stati associati all’ideologia culturale dell’Afrocentrismo negli Stati Uniti verso la fine del XX secolo.

Questi elementi diventano medium pittorico, lavorando su un’ostinata ripetizione simbolica come nell’opera Goodbye Derrick, un dipinto realizzato su un pavimento di quercia rossa, la cui superficie è marchiata da alcuni segni. Si tratta di immagini di un mirino, anche in questo caso ripreso dal logo di un gruppo musicale  che evidenzia un legame fra musica e rivalsa sociale che pare imprescindibile per l’artista. Sulla tavola anche le insegne di Sigma Pi Phi, la prima associazione professionale e culturale di afro-americani il cui nome è scritto in lettere greche. Simboli ripetuti e astratti, colati e bruciati, che proprio la fisicità sottesa all’atto creativo rende ancora molto importanti.

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