Le scuole per Bergamo Scienza

L’Esperia di via Gavazzeni e la sua “chimica sotto il naso”

L’Esperia di via Gavazzeni e la sua “chimica sotto il naso”
Viva Bèrghem 20 Ottobre 2014 ore 16:29

In una stanza il gelato, nell’altra ancora il ferro fuso, in fondo al corridoio, poi, tinture a base di verdura. Per la XII edizione di Bergamo Scienza, l’Istituto Tecnico Paleocapa, con il suo variegatissimo progetto La chimica sotto il naso, ha assunto l’aspetto di un vero e proprio mercato della Scienza. E le “bancarelle” offerte rispettano davvero i gusti di tutti.

Più di un laboratorio (in tutti i sensi). Giunto alla sua quarta partecipazione alla rassegna, il progetto Chimica sotto il naso vuole dimostrare che la chimica non sta nella dimensione dell’iperuranio, ma accanto a noi, nella nostra quotidianità. E l’Istituto Paleocapa ha cercato di trasmettere questo messaggio attraverso cinque diverse esperienze : C’era una volta all’Esperia, Fantastici materiali “a la carte”, Illesi tra le fiamme, Nel blu dipinto di blu, Una notte all’Esperia. Una molteplicità di eventi che ha visto il coinvolgimento di una ventina di studenti tra i quindici e i diciassette anni che, indossando le ormai celebri magliette con balena, hanno accompagnato gli ospiti in un percorso articolato in una varietà incredibile di laboratori.

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«Dal punto di vista dell’economia del lavoro io potrei fare un’attività sola, ripeterla tutti i giorni ed essere comunque certo di una buona affluenza», spiega Carlo Richelmi, docente dell’Istituto e curatore responsabile del progetto. «Perché prediligere tante attività è molto impegnativo, ma anche più gratificante. I miei ragazzi sono più stimolati dalla molteplicità delle proposte. Se gli chiedi di mettere a punto nel minimo dettaglio una singola attività non ne hanno voglia, mentre se gli chiedi di fare cinque cose diverse, paradossalmente, ci metteranno maggior impegno».

Una notte all’Esperia. L’Istituto Paleocapa ha chiuso in bellezza le due settimane di Festival con Una notte all’Esperia, l’evento che, nella notte tra sabato 18 ottobre e domenica 19, ha visto i corridoi della scuola popolarsi di piccoli accompagnati ai genitori, tutti impegnati nella ricerca dell’esperimento più accattivante. Che sia stata la luce notturna o l’atmosfera di magia, l’evento si è guadagnato la partecipazione di ben 140 visitatori che, tra le 18.00 e le 24.00, hanno potuto girovagare nei sei laboratori proposti.

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Senza alcun filo conduttore, le attività offerte  erano comunque tutte accomunate da una caratteristica: il ruolo attivo del pubblico. Spiega Richelmi: «Abbiamo scelto esperimenti che ci sembrava potessero avere particolare successo, lasciando da parte le attività che generalmente richiedono solo l’osservazione, ma cercando piuttosto di puntare più sul divertimento e sul coinvolgimento che sull’aspetto scientifico: per questo la visita è stata organizzata come un gioco ad ostacoli». Una sfida, dunque, che grazie al gruppo di informatica, è stata immortalata attimo dopo attimo nelle foto e nei video che sono stati condivisi e mostrati in tempo reale, dando alla serata un’impronta tutta social.

La parola agli studenti. Bergamo Scienza richiede un grande impiego di tempo e di energie, è vero, ma non sempre è chiaro se questo rappresenti più un sacrificio o un piacere per le persone coinvolte. «Se fosse per gli studenti esisterebbero solo i laboratori», afferma il docente, «Comunque, durante l’anno, chiedo ai ragazzi se vogliono partecipare a pomeriggi extra-curricolari, durante i quali cominciamo ad elaborare delle ipotesi per il progetto di Bergamo Scienza. Ci siamo visti una ventina di pomeriggi l’anno scorso, e un quinto di ciò che è stato fatto in quelle ore è convogliato poi nel progetto preparato per Bergamo Scienza».

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«Il lato brutto di Bergamo Scienza non esiste: è sempre stato bello e divertente», dice Chiara (17 anni), una della studentesse.  «Le esperienze possono essere ripetitive, certo, ma ogni volta diventa qualcosa di nuovo, perché cambiano i ragazzi che si hanno di fronte. Quando sono stata in difficoltà e mi rendevo conto di non saper rispondere, è stato sufficiente chiedere ai compagni. Tra di noi la risposta in qualche modo la troviamo».

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