La stagione di prima divisione

Il nuovo ruggito dei Lions Bergamo Il football vero, altro che l'America

Il nuovo ruggito dei Lions Bergamo Il football vero, altro che l'America
Viva Bèrghem 15 Marzo 2017 ore 07:00
Photo Credits Sabrina Poloni

 

La cosa più dura del football? «Smettere». Non gli infortuni, le botte da orbi, i legamenti che saltano, le nocche doloranti, i lividi grandi come pesche; non le vittorie acciuffate al pelo, né tantomeno le sconfitte («da quelle si impara sempre»). Lino Federico è un osso duro. E se potesse tornare in campo a menare come un fabbro per il bene della squadra, altroché: ci tornerebbe subito. Però ci si accontenta anche di fare il presidente dei Lions Bergamo, guidare la leggenda dietro il timone della scrivania non è uno scherzo. «È l’anno zero. Abbiamo sostituito giocatori di una certa età e inserito ragazzi nuovi e svegli. Quelli che hanno dimostrato una tecnica molto alta e uno spirito di abnegazione sincero. È il gruppo del futuro». È partita la Ifl, prima trasferta romana contro i Marines Lazio (il 5 marzo). Subito show. Ma soprattutto, voi laggiù, lo sentite il ruggito dei Lions? «Girone unico. Gruppo super. Tanta positività, io la sento. Abbiamo grinta, voglia, sensazioni. L’obiettivo è dimostrare che ci siamo, che possiamo confrontarci anche con le squadre del Sud e magari batterle», ruggisce Federico.

 

 

I Lions di oggi e di domani. Se vi sembra poco, allora eccovi i dettagli: per questa versione 2017 dei Lions, dal Canada sono arrivati due che il football lo masticano da tutta la vita. Uno è Adam Rita, 70 anni, nato a Boise State, un sacco di record (6 Grey Cup vinte) e una comparsata nel film Blue Hawaii mentre Elvis Presley si sposa. Ha voluto con sé Kennet Miller, coach dell’anno nel 2016, altro curriculum da far invidia. «Abbiamo scelto loro perché sono due leggende e perché daranno sicuramente un grande apporto». Senza dimenticare coach Aristide Marossi, una vita nei Lions, che si occuperà della difesa. L’idea di fondo è dare alla squadra più identità, cioè far sì che un giocatore impari a ricoprire ruoli diversi in una sorta di poliedrica preparazione.

E anche quando il ruolo è quello della star, beh, i Lions sanno sorprendere. Il quarterback titolare sarà Giorgio Bryant, 27 anni, californiano di Bossier City, vicino Los Angeles, che negli ultimi anni si è girato mezzo mondo: Brasile, Australia, Italia. Titolare, sì. Ma dietro avrà l’italianissimo Alessio Cavallino, classe ’95, «uno che farà strada», assicura Federico. Il futuro i Lions se lo sono già fatto in casa. La vittoria del campionato under19 ha convinto tutti che il momento del ricambio generazionale era arrivato. Ragazzi come Tommaso Brambilla, ’98, ricevitore, eletto miglior giocatore in tutti i ruoli, ne sono un esempio. Ma ce ne sono altri. Così quattordici elementi sono stati promossi e adesso i Lions hanno il roster più giovane d’Italia con trenta atleti molti dei quali sotto i vent’anni.

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Il football secondo Mattia. «Il primo giorno che sono andato al campo Coni me lo ricordo bene. Agosto. Caldo pazzesco. Coach Marossi è lì al tavolino che fa l’appello con le carte d’identità. Mi avvicino, gli do la mia. Mi guarda con gli occhi che brillano. Avevo quindici anni e pesavo 106 chili: materiale su cui lavorare». Lui è Mattia Alberti, 26 anni, di Seriate, uno di quelli che ormai sono lo zoccolo duro dei Lions. È su ragazzi come lui che si fonda il credo del ruggito. Aveva provato nuoto, calcio, rugby. Poi un giorno va a tentare l’ennesimo sport e... «E ci ho visto tanta bellezza. Il football è un vero sport di squadra. Sul serio, mica per dire. In tanti altri si vive di assoli, è il concetto di gruppo che manca. Nel nostro, invece, se un singolo sbaglia una cosa poi ne risentono tutti. Vi dico questa: partita delle giovanili contro Parma, un mio compagno corre e corre e si fa tutto il campo. Una meta pazzesca. Gioia infinita. No, fermi tutti: azione annullata per un fallo. Ogni sforzo vanificato, tutto da rifare. Gli altri guadagnano il terreno che ti eri conquistato. È dura da digerire».

 

Mattia Alberti

 

Altro che America... Il football non è solo mischia e bava alla bocca. Dietro ci sono coraggio, dolcezza, preparazione. Gli atleti studiano gli schemi e i movimenti come compiti a casa. «Una ventina di fogli, sissignore. In America arrivano anche a un centinaio. Qualche anno fa li memorizzavo e poi li disegnavo per essere sicuro di averli capiti bene, per capire cosa in teoria sarebbe successo intorno a me. Il football è come una partita a scacchi, bisogna mettere i giocatori nei punti giusti e questo è il compito dell’allenatore». Mattia, che ha ricoperto più ruoli, quest’anno gioca attacco e difesa a seconda dell’uso. Concetto di duttilità che Rita e Miller provano a inculcare anche al resto dei leoni bergamaschi. Anche perché la stagione è durissima. Da quest’anno il girone unico porta i Lions sui campi caldi come quelli di Pesaro, Ancona, Roma. Ma i punti di riferimento arrivano sempre dall’altra metà del mondo. Ce la dà lui l’America: «Tifo Chicago Birds. Mi sono andato a vedere i loro record difensivi, nel 1985 fecero cose mai viste. Il mio idolo è Mike Sigletary. Ma ai Lions ho visto robe impressionanti da Vince Romano e da Tyron Rush, uno che correva e sembrava volasse. Pazzesco. La stagione Usa la seguo e quando siamo in compagnia si prova a capire le azioni come se fossimo noi a giocarle». Ma niente scimmiottamenti della Nfl. La versione italica del football ha una sua conformità. Si parla inglese quando serve, si rispettano le regole, e si impara a fare gruppo in un modo che nessun altro sport è in grado di reggere.

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La passione prima di tutto. Dai mastini di Dallas alle iperboli di Ogni maledetta domenica, anche qui ai Lions l’attimo prima del match è da brividi: «Però niente discorsi filosofici, si parla terra-terra, cose che arrivano al cuore. E poi in campo dai tutto. Non lo fai perché sei arrabbiato, combatti per te, per la squadra, per un fine comune, o anche solo per la tua ragazza che magari sta lì sugli spalti e crede in te». Quella di Mattia si chiama Serena e insegna danza: «Ormai è una fan. Vorrebbe insegnarci come fare stretching, si arrabbia perché dice che lo facciamo male. Papà Giovanni mi ha sempre sostenuto, mi accompagnava agli allenamenti. Adesso resta sveglio con me per vedere il calcio d’inizio del Superbowl. Lavoro con lui, abbiamo un’azienda di caldaie. Mamma Valentina all’inizio aveva un po’ paura. Mi sono rotto una mano, il legamento del mignolo sinistro, ho le dita storte, e poi botte, bozzi, lividi. Ah, una volta mi sono rotto il legamento collaterale sinistro. Una settimana dopo avevamo la finale del campionato giovanile. Ho giocato lo stesso. Abbiamo perso».

Il dolore viene dopo. Prima c’è la passione, la voglia di lottare. I Lions si allenano due sere a settimana, il sabato mattina e poi la domenica è giorno di partita. Chi lavora, chi studia. Quelli che vengono dagli Usa, invece, lo fanno di mestiere. «Qualche gelosia magari c’è tra i ragazzini. Ma per me è una forma di arricchimento. Chi lo fa di mestiere lo fa meglio, no?». La professionalità, quella ce la mettono tutti. Perché anche la palla ovale è fatta del materiale dei sogni. «Il mio è arrivare a giocarmi una finale di campionato italiano e farmi anche una partita in Europa. Contro i tedeschi, i francesi, gli spagnoli. Fate voi. L’impor tante è dimostrare che possiamo batterli. Capita di non dormire, sì. Quando abbiamo giocato a Torino contro i Titans, finale del campionato A2. Era il mio primo anno tra i senior, subito titolare. Avevo addosso una tensione che non vi dico». Poi uno scende in campo, e la lotta comincia. A quel punto resta solo un’unica beata certezza: nel bene o nel male, «il football unisce, non ci sono santi».